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Dalla Cassazione lo standard per le motivazioni di merito

Sintetica ma precisa, succinta ma non laconica. Soprattutto capace di far riconoscere in maniera chiara e in forma breve le ragioni della decisione. Queste sono le caratteristiche che le motivazioni delle sentenze dei giudici di merito devono avere secondo i giudici di legittimità che le devono controllare. Con la pronuncia 11508 del 3 giugno scorso, la sezione lavoro della Cassazione (presidente Bronzini, relatore Doronzo) stila un vero e proprio protocollo per i giudici di merito, indicando i contenuti minimi essenziali della motivazione, senza i quali si deve considerare solo apparente, e quindi mancante.
L’occasione è data da una controversia tra una lavoratrice e l’Inps circa la riliquidazione dell’indennità agricola di disoccupazione. Il tribunale aveva accolto la domanda della donna rideterminando l’indennità con riferimento al salario medio convenzionale degli operai agricoli a tempo determinato della sua provincia.
La decisione era stata confermata dalla corte di appello. Respingendo l’impugnazione proposta dall’Inps, i giudici di secondo grado avevano scritto di condividere «l’esame della normativa» effettuato dal tribunale e di riportarsi alla più recente giurisprudenza della Cassazione, senza tuttavia citare i precedenti.
Ma la sentenza di appello non ha convinto i giudici di legittimità che l’hanno annullata con rinvio per nuovo giudizio, considerando meramente apparente la motivazione così formulata. La Cassazione spiega che il dovere di motivare è imposto al giudice dall’articolo 111, comma 6, della Costituzione e discende anche anche dall’articolo 6 della Cedu che prevede il diritto a un equo processo.
La motivazione è una delle garanzie dell’equo processo, il quale esige che la causa sia esaminata e decisa correttamente, ragionevolmente e secondo diritto, come ha anche affermato la Corte costituzionale (sentenza 349/2007). Solo la motivazione può rendere pubbliche le ragioni della decisione maturate nel segreto della camera di consiglio. Per questo il giudice di merito deve essere chiaro e completo quando spiega perché ha risolto in un certo modo una controversia.
La sentenza della Cassazione fissa dei passaggi imprescindibili per una corretta redazione della motivazione da parte dei giudici di merito.
Anzitutto essa deve contenere la succinta esposizione di fatti di causa. Il giudice deve indicare quali sono gli elementi fattuali dedotti, accertati e comunque presi in esame per descrivere la fattispecie concreta e per sussumerla nella fattispecie astratta descritta e disciplinata dalla legge. La Cassazione censura il fatto che i giudici non abbiano riportato la qualifica della lavoratrice, la misura del salario reale, l’eventuale diversa misura prevista dalla contrattazione collettiva e il salario medio convenzionale. Mancano quindi i cardini fattuali su cui ricostruire il percorso argomentativo.
La motivazione deve poi esplicitamente citare la fonte normativa cui si fa riferimento per la soluzione della controversia. La Cassazione ribadisce che è ammessa la motivazione “per relationem” ma la sua completezza e logicità va giudicata sulla base degli elementi contenuti nell’atto al quale si fa rinvio.
A sua volta il rinvio deve essere operato in modo tale da rendere possibile e agevole il controllo della motivazione. In sostanza, l’atto richiamato deve essere indicato in maniera precisa in modo che per la parte sia agevolmente rintracciabile e conoscibile. Se il giudice dell’appello poi fa rinvio alla sentenza del giudice di primo grado, deve comunque evidenziare le ragioni di critica proposte da chi l’ha impugnata e deve esprimere, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti. Non è ammessa, insomma, una mera adesione che non consenta di capire perché le ragioni di critica proposte dell’appellante non hanno convinto il giudice.
La Cassazione ha inoltre ribadito che i principi di economicità e di ragionevole durata del processo giustificano la mancata ripetizione delle argomentazioni di un orientamento giurisprudenziale. Ma ha aggiunto che ciò potrà valere a condizione che la parte non le contesti con argomenti nuovi. In tal caso vanno offerte nuove risposte. Oppure va evidenziata la ragione per la quale in realtà quegli argomenti non si possono considerare nuovi.

Giovanbattista Tona

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