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Dalla Cassa Depositi a Equitalia, la carica delle poltrone di Stato

 Bisogna andare indietro nel tempo di una dozzina d’anni almeno per ritrovare un clima così teso fra il Tesoro e le Fondazioni bancarie. Succedeva quando a via XX Settembre erano seriamente intenzionati a spuntare le unghie a Giuseppe Guzzetti e soci. E la pace arrivò quando il ministro Giulio Tremonti aprì alle medesime fondazioni le porte della Cassa depositi e prestiti, trasformando la guerra in una santa alleanza. Paradosso vuole che l’origine della nuova guerra sia proprio la grande banca del Tesoro.
Il governo di Matteo Renzi ha deciso di cambiare i vertici della Cassa. Via l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini e al suo posto il direttore generale della Bnl Fabio Gallia. Ma via soprattutto il presidente Franco Bassanini e al suo posto Claudio Costamagna: manager della Goldman Sachs considerato in passato vicino a Romano Prodi e nel presente ancor più vicino a Renzi. Ecco il casus belli .
Perché questo avvicendamento alla presidenza prefigura la rottura del patto parasociale che regge la santa alleanza. Secondo il quale l’amministratore delegato viene designato dal Tesoro, che ha l’80% delle azioni, ma il presidente spetta alle Fondazioni. Che non accettano quella che considerano una prevaricazione e hanno incaricato il presidente dell’Acri Guzzetti di sbrogliare la matassa. Nel frattempo fanno quadrato intorno a Bassanini.
All’ex ministro del centrosinistra sarebbe stata promessa una poltrona alla Consulta, dove come hanno ricordato su Repubblica Goffredo De Marchis e Liana Milella, ci sono già due posti liberi e presto lo sarà anche un terzo. Ma si sa pure che è un impegno difficile da rispettare, considerando la maggioranza necessaria in parlamento per blindare la nomina.
E perché tanta fretta, se si tiene presente che la scadenza naturale del mandato di Gorno Tempini e Bassanini è solo fra un anno, non si capirebbe se non guardando alle grandi manovre sul fronte della banda larga. Anzi: «ultra larga», per dirla con Renzi che ha definito l’obiettivo «strategico». Che dietro l’operazione nomine alla Cassa, la quale attraverso il fondo F2i e il Fondo strategico italiano ha una presenza rilevante in Metroweb, ci sia questo disegno al quale sono interessate anche Enel e Telecom non è affatto da escludere. Il problema è come venir fuori dalla disputa con le Fondazioni. E non è l’unica faccenda spinosa nella nuova stagione di nomine che procede con la consueta fatica. Tanto per dirne una, da sei mesi è vacante l’incarico del direttore del Monopoli, dopo che a Luigi Magistro è stato assegnato il compito di commissario del Mose di Venezia.
Almeno però i nodi che da un mese tengono bloccati i rinnovi dei consigli di Equitalia, Sogei e Consip sembrano sciolti. Il governo avrebbe deciso di anticipare la norma contenuta nella riforma Madia secondo cui le designazioni degli amministratori delle società pubbliche dovrebbero passare per il consiglio dei ministri. In questi casi senza particolari traumi: a meno di sorprese si va infatti verso la riconferma dei tre amministratori delegati Benedetto Mineo (Equitalia) Cristiano Cannarsa (Sogei) e Domenico Casalino (Consip). Mentre per la presidenza della Invimit, la società immobiliare dello Stato creata con il compito di valorizzare pezzi di patrimonio pubblico, sembra archiviata la breve epoca di Vincenzo Fortunato. Al posto dell’ex potentissimo capo di gabinetto di Tremonti, Domenico Siniscalco, Antonio Di Pietro, Mario Monti e Vittorio Grilli, si profila l’arrivo di Andrea Peruzy: è il segretario generale della dalemiana fondazione Italianieuropei.
Resta aperta, a quanto pare, un’altra grossa rogna. Si tratta della nomina di due commissari Consob. La scelta era caduta su Marina Tavassi, magistrato specializzata in diritto d’impresa e il professor Emilio Barucci, incidentalmente figlio dell’ex ministro Piero Barucci. Sconosciute le valutazioni che avrebbero condotto a queste designazioni in una platea di 160 candidati che avevano presentato manifestazione d’interesse. Fonti attendibili non hanno però mancato di sottolineare il gradimento del Quirinale per Barucci jr e quello di Renato Schifani e Angelino Alfano per Marina Tavassi.
Quando però sembrava fatta, il 18 maggio scorso, qualcosa è andato storto. Renzi ha chiesto di rimandare le nomine a dopo le elezioni e la faccenda si è complicata. Soprattutto per Marina Tavassi. Ora si parla di preparare una terna, da cui Alfano dovrebbe scegliere il suo candidato. Esattamente come si faceva negli anni Ottanta, quando si decidevano le nomine delle banche pubbliche, e l’ultima parola era sempre della politica. Fosse davvero così sarebbe un bel passo avanti, non c’è che dire.
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