Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Dalla casa ai beni: soluzioni doc

Con il termine «convivenza» ci si riferisce all’unione di vita stabile tra due persone che, legate da un vincolo affettivo, decidono di vivere insieme al di fuori del legame matrimoniale. In particolare, la differenza di trattamento che il nostro attuale ordinamento riserva alla coppia coniugata rispetto alla coppia di fatto emerge, in maniera evidente, quando si tratta della casa adibita a residenza familiare.

Il coniuge non proprietario trova nella legge una risposta alla propria esigenza di tutela: dall’obbligo di «coabitazione» ex art. 143 c.c., deriva che al coniuge non proprietario deve riconoscersi il diritto di abitare nella casa familiare di proprietà dell’altro coniuge; l’art. 155 quater c.c. legittima il giudice ad attribuire il godimento della casa familiare al coniuge cui sono affidati i figli, anche se non è il proprietario.

Il convivente, invece, non acquisisce alcun diritto sulla casa adibita a residenza comune, se di proprietà dell’altro, e in caso di rottura dell’unione rischia di rimanere senza un «tetto».

A questa situazione di debolezza si può ovviare attribuendo al convivente non proprietario un diritto di comproprietà o un diritto reale di godimento (usufrutto o abitazione destinato a durare vita sua natural durante) sulla casa adibita a residenza comune.

Per realizzare tale obiettivo si può scegliere tra diverse opzioni.

La donazione. Con essa si può trasferire la piena proprietà di un bene, o la sola nuda proprietà riservandosi il diritto di usufrutto (a vita o per un tempo determinato) ovvero costituire un diritto reale di godimento, mantenendo l’intestazione della nuda proprietà.

Il ricorso alla donazione del diritto di usufrutto può essere molto utile tra conviventi, con figli nati da precedente matrimonio, nel caso in cui il convivente-proprietario voglia assicurare il godimento di un immobile di sua proprietà al partner, senza che poi lo stesso passi in eredità ai figli di quest’ultimo.

Se è intenzione del convivente beneficiare il proprio partner, ma non i suoi eredi, nel caso in cui quest’ultimo deceda prima di lui, si può far ricorso alla particolare figura della donazione con patto di riversibilità (art. 791 c.c.). Con il patto di riversibilità il donante dispone che le cose donate tornino a lui in caso di premorienza del donatario. Il donante può essere il solo beneficiario della condizione di riversibilità.

Tra conviventi può essere opportuno anche il ricorso alla donazione rimuneratoria, fatta cioè per riconoscenza, per meriti del donatario o per speciale rimunerazione, come tale non soggetta a revocazione per ingratitudine o per sopravvenienza di figli.

La donazione può essere gravata da un onere: ad esempio, nel caso della donazione tra conviventi, potrà essere assoggettata all’onere di prestare assistenza morale e/o materiale al convivente/donante. Il convivente/donatario, peraltro, sarà tenuto a tale adempimento nei limiti del valore della cosa donata.

Si rammenta che l’acquisto proveniente da donazione può, nel tempo e in presenza di particolari circostanze, venir meno per effetto dell’eventuale esercizio vittorioso dell’azione di riduzione da parte dei legittimari lesi nei propri diritti. Questa circostanza va attentamente valutata nel momento in cui si sceglie lo strumento più idoneo a disciplinare i rapporti patrimoniali tra conviventi.

 

L’adempimento di obbligazione naturale. Può essere che il convivente, proprietario esclusivo di uno o più beni, intenda, comunque, beneficiare il proprio partner, trasferendogli o la proprietà o una quota di comproprietà di uno o più beni o un diritto reale, e ciò, non per spirito di liberalità ma in adempimento di un dovere morale (ossia del dovere morale di condividere con il proprio partner non solo i rapporti affettivi ma anche i rapporti patrimoniali). La legge disciplina espressamente gli effetti dell’adempimento di un dovere morale o sociale (la cd. «obbligazione naturale») stabilendo che quanto viene spontaneamente prestato in adempimento di un tale dovere non è ripetibile (art. 2034 c.c.). In questo caso siamo in presenza di un atto a titolo gratuito tuttavia non qualificabile come «donativo o liberale», in quanto trova la sua causa in una funzione solutoria (ossia il suo scopo è di assolvere a un obbligo, e poco importa che nel caso di specie sia morale e non giuridico). Conseguentemente, in quanto atto non liberale, non porta con sé tutte quelle criticità che riguardano, invece, la donazione.

La costituzione di vincolo di destinazione ex art. 2645ter c.c. Si tratta di un atto di carattere «programmatico», volto, più che a trasferire un bene o un diritto al convivente non proprietario, a destinare uno o più beni a far fronte ai bisogni della «famiglia di fatto». Si soddisfano così, con riguardo ad una coppia di fatto, quegli interessi che i coniugi possono perseguire con un fondo patrimoniale. Il vincolo di destinazione produce il cd. «effetto segregativo» con la conseguenza che:

– i beni vincolati possono essere utilizzati solo per la realizzazione del fine di destinazione (pur rimanendo di proprietà del disponente, sono sottratti alla sua libera disponibilità; ove alienati gli aventi causa dovranno sempre rispettare il vincolo di destinazione; se il disponente muore, gli eredi dovranno anch’essi rispettare il vincolo di destinazione)

– i beni vincolati possono costituire oggetto di esecuzione solo per debiti contratti per tale scopo; il vincolo, pertanto, mette al riparo gli immobili che ne sono assoggettati da azioni esecutive dei creditori del proprietario proteggendo beni essenziali per la vita e per la serenità della famiglia (quale la casa familiare).

Il trust. Le stesse finalità sopra menzionate, possono essere attuate anche con la costituzione di un trust. Anche con il trust il bene è sottratto alla piena e libera disponibilità del convivente proprietario, per essere destinato al perseguimento degli interessi della «famiglia di fatto». Il trust consiste in un rapporto fiduciario in virtù del quale un soggetto, il disponente, trasferisce la proprietà di determinati beni a un suo fiduciario, il trustee, investendolo di un obbligo (perseguimento di uno «scopo») a vantaggio di uno o più beneficiari talora sotto la sorveglianza di un controllore, il guardiano. Manca nel nostro ordinamento una legge che disciplini il trust in maniera organica e completa. Il nostro legislatore si è limitato a riconoscerne l’istituto, e quindi la sua utilizzabilità anche in Italia, avendo ratificato la Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, relativa alla legge sui trust. Affinché il trust sia valido è necessario esplicitare nell’atto istitutivo la legge di riferimento e lo scopo del trust (ossia le finalità e gli interessi che si vogliono perseguire ai fini di una loro immediata verifica di meritevolezza).

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Ultimo miglio con tensioni sul piano italiano per il Recovery Fund. Mentre la Confindustria denuncia...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Le diplomazie italo-francesi sono al lavoro con le istituzioni e con le aziende di cui Vivendi è un...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La tempesta del Covid è stata superata anche grazie alla ciambella di salvataggio del credito, ma o...

Oggi sulla stampa