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Dalla Brexit all’Italia

Dolce vita contro Brexit? Forse, probabile. Ma non certo. È passato un anno e mezzo da quando gli inglesi, il 23 giugno del 2016 (sembra ieri), votarono per l’uscita dall’Europa. Ma fino ad oggi gli effetti del fenomeno Brexit sono stati oggetto più della sociologia che dell’economia. Fino ad oggi: perché ora, nel medio periodo, iniziano a giungere i primi numeri dai quali potrebbe emergere non solo che la Brexit è un suicidio geografico ma che l’Italia potrebbe avvantaggiarsene in termini di qualità dell’immigrazione.

Al declino del mito di Abbey Road, delle domeniche passate a Regent’s Park o alla Tate Modern Gallery farebbe da contraltare il rinascimento milanese e la Grande bellezza. Per adesso si tratta di una teoria dell’Istat. Gli inglesi sono imbattibili nelle sintesi linguistiche come appunto Brexit: possiamo chiamare il fenomeno opposto, senza la stessa efficacia, fuga verso l’Italia. Sta di fatto che l’immigrazione in Italia (+184 mila unità il saldo migratorio con l’estero nel 2017) sale proprio mentre la Gran Bretagna sta perdendo attrattività a causa delle nuove regole più stringenti per la cittadinanza. «La scelta di compiere una migrazione — tengono a sottolineare i ricercatori dell’Istituto di statistica — è molto complessa (…). La recente ripresa economica e l’aumento della domanda di lavoro sono senz’altro tra questi ma, sebbene sia prematuro per asserirlo su base statistica, c’è un elemento di novità nel panorama internazionale che sta per la prima volta affacciandosi in Europa: la Brexit (…). Secondo le prime stime ufficiali diffuse dall’Ons (l’Istituto britannico di statistica ufficiale) nel periodo compreso tra il giugno 2016 e il giugno 2017 le immigrazioni nel Regno Unito sono diminuite di 80 mila unità (-12%) e tale contrazione ha riguardato sia cittadini di provenienza Ue sia di provenienza extra Ue. Ciò potrebbe aver favorito in Europa altri Top Destination Country, tra cui rientra anche l’Italia, per due sostanziali ragioni: aumenta l’appeal dell’Italia come meta dei migranti internazionali, frena l’uscita dei residenti dall’Italia verso il Regno Unito che, peraltro, ha rappresentato negli ultimi anni la meta di destinazione preferita assieme alla Germania».

Vasi comunicanti

Se avessimo vinto la battaglia per l’Ema avremmo avuto circa 900 famiglie in movimento a sostenere perfettamente questa stabile migrazione di laureati e con professioni avviate. Ma anche senza l’Ema il sistema di vasi comunicanti dell’Europa sembra che stia favorendo in maniera naturale lo stesso processo. Questo fenomeno ancora da studiare dimostrerebbe anche quanto sia miope la scelta populista della Brexit il cui obiettivo — a volere riprendere i dibattiti politici precedenti al voto — era bloccare un’immigrazione «povera» e «pericolosa». Lo stesso leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, che pure in principio non si era schierato pro-Brexit, nel 2017 ha detto che con le nuove regole «cesserebbe l’importazione all’ingrosso di lavoratori sottopagati dall’Europa centrale, per distruggere le condizioni del lavoro, in particolare nel settore edile». D’altra parte se si guarda agli ultimi anni Londra è apparsa attraente per i cosiddetti «cervelli», meglio sarebbe dire «talenti». Chi si è spostato dall’Italia lo ha fatto attirato dalle maggiori possibilità di carriera sia, fin dagli anni Ottanta, nel settore finanziario, sia, più di recente, nel campo tecnologico. Startup e spin off che da noi sono l’eccezione a Londra sono la regola.

Cervelli in arrivo

Peraltro non è solo un ritorno indietro: «La maggior parte dei movimenti in ingresso (87%) — sottolinea sempre l’Istat — è dovuta ai cittadini stranieri. Le iscrizioni dall’estero di individui di nazionalità straniera risultano, infatti, pari a 292 mila (+10,9% sul 2016) mentre i rientri in patria degli italiani sono valutati in 45 mila (+19,9%)». Un segnale che merita l’attenzione del governo data la nostra storica incapacità di trattenere e attrarre talenti.

Massimo Sideri

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