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Dalla Bce una spinta alla bad bank

È tornato a parlare a Montecitorio dopo più di quattro anni. L’ultima volta, però, Draghi era il governatore della Banca d’Italia. Stavolta è il presidente della Bce e risponde alle tante domande dei parlamentari italiani che, anche se espresse nella sua lingua natale, non sono necessariamente interrogativi facili facili. Così c’è per esempio chi, come il presidente della commissione Finanze, Daniele Capezzone di Forza Italia, gli chiede: «Lei non teme che i circuiti bancari di trasmissione della politica monetaria siano drammaticamente ostruiti?». O chi, come il deputato Pd Marco Causi, domanda attraverso quali canali dovrebbe riuscire ad arrivare più credito alle imprese. Draghi rassicura. Il programma di allentamento quantitativo, spiega, sta già funzionando: i tassi attivi hanno cominciato a diminuire e la dispersione nelle condizioni creditizie dell’Eurozona si è fortemente ridotta.«Siamo convinti che l’impulso monetario si trasformerà in più credito all’economia reale. Infatti, le previsioni della Bce sono cresciute in modo significativo e abbiamo specificato che le nuove stime di crescita sono condizionali alla piena attuazione del Quantitative easing». Draghi poi ricorda che c’è chi obietta che il Qe in Europa potrebbe funzionare poco perché il nostro sistema finanziario è bancocentrico.«È vero – ammette – all’80 per cento i finanziamenti in Europa avvengono per via bancaria. Ma questo dipende anche dalla struttura industriale europea, che è fatta in prevalenza di piccole imprese. Queste, per essere prezzate sul mercato, hanno bisogno di maggiore trasparenza. Dunque, anche se nel medio termine, giustamente, l’obiettivo della Commissione europea è di favorire il loro ingresso nel mercato dei capitali, a oggi la struttura delle piccole e medie imprese “chiama” necessariamente un sistema finanziario basato sulle banche». Tuttavia, ha proseguito Draghi, il Qe ha funzionato anche in paesi come il Regno Unito che ha una struttura simile alla nostra o in Giappone che pure è simile all’Europa da questo punto di vista. E ha funzionato, secondo il presidente della Bce, perché i canali di trasmissione sono tanti: «C’è un canale che passa per la variazione dei tassi di cambio; ci sono i tassi d’interesse a lungo termine che sono scesi molto più di quanto non fosse prevedibile due anni fa». Quanto all’Italia, Draghi ha citato le stime formulate dalla Banca d’Italia che parlano di un punto di crescita del Pil in più derivante dal Qe entro il settembre del 2016. «Ma gli effetti complessivi potrebbero essere maggiori – ha aggiunto – tenendo conto delle reazioni nella fiducia di famiglie e imprese e tenendo conto del fatto che le stime della Banca d’Italia sono state formulate due mesi mesi prima che il Qe partisse».
Ma Draghi ieri ha affrontato anche altri temi caldi della politica economica italiana. In primo luogo ha sottolineato che quando un Paese ha tassi di disoccupazione a due cifre, quello è il maggiore incentivo a varare rapidamente riforme che permettano di innalzare il potenziale di crescita e bisogna sfruttare il miglioramento del ciclo economico per farlo. Poi, Draghi ha parlato di riforme necessarie sul versante bancario, ribadendo che una condizione indispensabile affinché i capitali possano affluire alle imprese è l’esistenza di un settore bancario sano, in grado di espandere il credito. «Ciò significa, a sua volta – ha aggiunto – che i prestiti deteriorati debbano emergere rapidamente nei bilanci degli intermediari e che vengano attuate misure per una rapida soluzione del problema». Questo processo, ha spiegato Draghi, è già iniziato con lo scrutinio Bce sul sistema creditizio. Oggi, ha affermato «la Bce guarda con favore a nuove iniziative tese a ridurre il peso delle partite deteriorate nei bilanci delle banche italiane; esse consentiranno di liberare risorse soprattutto a beneficio delle imprese». E, a margine dell’audizione, ha ripetuto ai cronisti «Certo, la Bce vede con favore la bad bank in Italia».
Con i banchieri italiani, però, Draghi non è stato affatto tenero. E ha colto lo spunto del giudizio su una riforma appena varata dal Parlamento, quella relativa alle grandi banche popolari, per far capire che nel nostro Paese le aziende di credito e i loro top manager sono ancora troppi. «Sulle banche popolari – ha osservato – la Bce ha dato un parere favorevole. Personalmente – ha aggiunto – non posso che essere favorevole agli sviluppi che ci sono stati. Fino a qualche tempo fa, infatti, in Italia c’erano 750 banche. Il che vuol dire 750 consigli di amministrazione, ognuno con cinque membri; una banca ne aveva perfino 19». Tutto ciò, ha sottolineato ancora Draghi, è molto costoso e questi costi vengono pagati dai clienti. «Indubbiamente – ha concluso – l’argomento per un consolidamento del sistema bancario è forte».
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