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Dalla Bce agli emergenti la lunga risalita dei tassi

di Vittorio Carlini

Di qui il costo del denaro che viaggia sull'1% o al di sotto; di là alti tassi a breve, in alcuni casi oltre il 10 per cento. Da una parte il mondo industrializzato colpito dalla crisi, in particolare il capitalismo finanziario anglosassone; dall'altra i paesi emergenti, o meglio già "emersi", le cui economie crescono in media oltre il 6% l'anno. Due mondi, due velocità; e, giocoforza, diverse politiche monetarie.

Di qui in Occidente, polemiche sull'apertura di Jean Claude Trichet al semplice ritocco all'insù di 25 punti base del costo del denaro. Di là, poche parole sulla recente "ondata" di rialzi: dal Brasile (tassi all'11,75% dal precedente 11,25%) alla Russia (balzo all'8%); dalla Colombia (stretta dello 0,25%) alla Thailandia (il saggio d'interesse è salito di 25 punti base) fino alla Corea del Sud (dal 2,75 al 3%).

Insomma, una lunga marcia dei tassi. «Dalla primavera dello scorso anno – dice Richard Walsh, esperto di reddito fisso per i mercati emergenti di Lombard Odier – nell'universo degli emerging è scattata una graduale stretta monetaria, che vale l'incremento medio di 80 punti base. Un trend destinato a durare». «La distanza del costo del denaro tra Occidente e paesi in via di sviluppo – aggiunge Sylvain Broyer, head of economist di Natixis – resisterà per molto ancora. Rispecchia il differenziale di crescita e inflazione: negli ultimi dieci anni l'incremento medio del nostro Pil è stato del 2,5%, a fronte di una crescita sopra il 5% negli emerging, i quali hanno "sofferto" un carovita del 5%, contro il 2,5% degli stati industrializzati».

Due mondi differenti, quindi, ma connessi dai commerci e, in particolare, dalla finanza globalizzata. La liquidità immessa nei mercati, soprattutto dalla Fed, si sposta attraverso infiniti prodotti finanziari e mille piattaforme di trading, come in un immenso sistema di vasi comunicanti. Va a caccia di maggiore remunerazione, trovandola per l'appunto laddove crescita e tassi sono maggiori.

Secondo l'Institute of international finance, i soli flussi netti di capitali privati verso gli emerging market dovrebbero sfiorare nel 2011 il triliardo di dollari (960 miliardi), per poi superarlo nel 2012. Una piccola parte della liquidità globale che, unita alla "corsa" economica, già di per sé è in grado di surriscaldare queste economie. Ma che diventa insostenibile se le si aggiunge il caro-materie prime. Il Brent oltre i 110 dollari e il boom delle derrate alimentari (il Fao food index ha toccato in febbraio i massimi dal 1990) fanno impazzire i prezzi al consumo. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove la spesa famigliare è fortemente legata al cibo e all'energia: per Morgan Stanley, l'incremento del 10% dell'indice Fao causa (oltre alle rivolte del pane) un aumento dell'inflazione del 4,5% in India e solo dello 0,4% in Australia. Se le commodity rincarano, quindi, sono guai.

Con il che le banche centrali si trovano a un bivio: o alzano i saggi d'interesse, favorendo così l'apprezzamento della moneta, oppure accettano il rischio di iper-inflazione. Nel primo caso danneggiano le loro esportazioni, spesso essenziali; nel secondo, rendono instabile l'economia.

«È la disfida dei tassi che caratterizza queste aree», afferma Michael Riddell, esperto di reddito fisso nei mercati emergenti per M&G. Una "tenzone" che, però, è più articolata di quanto si pensa.

«I governi – sottolinea Riddell – sfruttano diverse strategie, non solo la politica monetaria. Vengono introdotte barriere ai capitali transfrontalieri: il Brasile, per esempio, impone una tassa del 6% per le transazioni estere sui bond governativi». «Cui si aggiungono – spiega Broyer – politiche restrittive nel credito, come in Cina, dove si chiede alle banche di accantonare sempre più riserve» a fronte dell'aumentare dei prestiti.

Insomma, è battaglia tra Occidente e resto del mondo? «Il tema è più complesso – risponde Riddell -. Si parla sempre di dollaro contro renminbi cinese. Certo, gli attriti esistono. Ma i contrasti veri sono tra gli emerging stessi: la Corea del Sud interviene spesso contro l'apprezzamento del won sulla divisa di Pechino», per non svantaggiare l'export sul continente asiatico.

Se questo, a grandi linee, è lo scenario globale, quali gli sviluppi nelle diverse singole aree? «Nell'Est Europa – risponde Walsh – la Polonia è in pole position per la prossima stretta sui tassi. Quest'anno la differenza tra Pil reale e potenziale dovrebbe tornare positiva e l'inflazione si farà sentire. La stessa Russia, la cui bilancia dei pagamenti sfrutta l'alto prezzo del petrolio, continuerà a sostenere la forza del rublo. Non mi aspetto nuove mosse, invece, in Ungheria».

Dall'Europa all 'America latina. Qui i riflettori sono spesso accesi sul Brasile: quinta potenza mondiale, alcuni temono problemi nel mercato del credito. «Paure infondate – ribatte Riddell -. Il debito privato è basso: il rapporto credito/Pil è di 46, mentre negli Usa è 165. Inoltre, i requisiti di capitale bancari sono tra i più alti, ben sopra quelli americani. Infine, la parte di popolazione che ha accesso a grandi consumi è ancora bassa». Proprio l'opposto della Cina, dove la formazione di una nuova middle class ha spinto la domanda aggregata. La People's Bank of China, che anche a causa del boom delle commodity è stata "costretta" ad alzare il target obiettivo sull'inflazione dal 3 al 4%, deve affrontare un carovita salito in febbraio al 4,9 per cento. Inevitabile, adesso, «attendersi ulteriori strette sia sul fronte dei prestiti bancari, sia su quello dei tassi» dice Walsh. Insomma, la lunga marcia dei tassi continua.

 

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