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Dalla bad bank al salvataggio: la cura spagnola per le banche

Più per necessità che per lungimiranza la Spagna ha dovuto avviare già sei anni fa la riorganizzazione e la ricapitalizzazione del sistema bancario. Nell’estate del 2012 il governo conservatore ha dovuto accettare, dopo non poche resistenze, il salvataggio internazionale e per risollevare i bilanci degli istituti di credito ha dovuto aggiungere ai 41 miliardi di euro di Bruxelles almeno altri 20 miliardi di risorse pubbliche, in un momento di grave recessione, con il tasso di disoccupazione superiore al 25%, e le grandi città infiammate dagli scioperi e dalle proteste di piazza.
Come dimostra la vicenda del Banco Popular, Mariano Rajoy, premier ormai dalla fine del 2011, non ha forse ancora trovato una soluzione definitiva, ma assieme al ministro dell’Economia Luis de Guindos ha fatto almeno quattro passi decisivi per lasciarsi la crisi bancaria alle spalle: ha favorito il risanamento o la liquidazione delle cajas, le casse di risparmio travolte dal crollo del settore immobiliare successivo alla bufera finanziaria mondiale; ha semplificato la struttura del credito iberico appoggiandosi soprattutto sulle grandi entità: Santander, Bbva e CaixaBank; ha ridato credibilità alle banche, difendendole sempre e comunque dagli attacchi dei nuovi movimenti politici come Podemos e Ciudadanos che chiedendo più equità sociale considerano (non sempre a torto) le banche e i banchieri come l’esempio più deteriore della casta dirigente; e separando il rischio bancario da quello sovrano ha garantito in definitiva all’economia del Paese un altro elemento di stabilità dal quale ripartire.
A metà del 2012 i rendimenti sui bonos decennali erano saliti fino al 7,6%, ben oltre la soglia che aveva già mandato in default Grecia, Irlanda e Portogallo. La Spagna era per molti analisti la successiva nella lista dei Pigs destinati al collasso, pur avendo una dimensione economica notevolmente maggiore. Rajoy – che aveva ereditato una situazione molto critica dai governi di Zapatero – è stato obbligato, dalla pressione dei mercati, a fare i conti con la realtà. Madrid ha messo da parte l’orgoglio e ha accettato il bail-out destinando tuttavia il prestito internazionale alla ricapitalizzazione delle banche, quasi a circoscrivere il vero problema che comunque aveva natura sistemica. Nel 2007, all’inizio della grande crisi, le banche spagnole avevano infatti nei confronti dell’immobiliare un’esposizione complessiva di circa 450 miliardi di euro. E negli anni successivi sono falliti, poi nazionalizzati o incorporati in altre banche, alcuni tra i maggiori istituti di credito del Paese, tutti nati dalla fusione di casse di risparmio attive nelle diverse regioni iberiche: Bankia controllata da Bfa, ai tempi la quarta banca spagnola per capitalizzazione, Ncg Banco, derivata dalla Nova caixa galicia, CatalunyaCaixa, Banco de Valencia, Banco Mare Nostrum e Banca Civica sono i casi più eclatanti dei danni provocati dalla cattiva gestione e dalla commistione tra politica e interessi finanziari.
Subito dopo il via libera al salvataggio, come concordato con i partner europei il governo spagnolo ha creato una bad bank, Sareb, per assorbire e gestire tutti i crediti e le proprietà problematiche o fortemente svalutati del sistema bancario. Lo Stato ha versato il 45% del capitale della società, attraverso il Fondo di ristrutturazione bancaria già operativo, lasciando il restante 55% a una decina fra banche e assicuratori: la maggior parte delle risorse l’hanno procurata i grandi istituti spagnoli ancora in salute ai quali si sono aggiunti anche gruppi stranieri come Deutsche Bank, Barclays e Axa. Con un orizzonte temporale di 15 anni, Sareb (Società per la gestione degli attivi derivanti dalla ristrutturazione bancaria) ha ricevuto in carico oltre 200mila asset per un valore complessivo di oltre 50 miliardi, per l’80% finanziari e per il 20% immobiliari.
Il sistema bancario spagnolo non è ancora completamente risanato e l’immobiliare, anche se in ripresa, rimane una zavorra pesantissima: si calcola che le banche abbiano ancora in bilancio almeno 200 miliardi di attivi improduttivi legati al mattone. Ma come dimostra la vicenda del Popular, la Spagna ha anche oggi la forza politica, oltre che la necessità economica, di affrontare in modo tempestivo i problemi, anche quando riguardano le banche.

Luca Veronese

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