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Dal taglio delle emissioni un’opportunità

L’industria italiana vuole confermare l’impegno nel ridurre le emissioni di anidride carbonica, il gas accusato di cambiare il clima del mondo. «Ma facciamolo in modo da conseguire l’obiettivo di salvare il clima e insieme l’economia», osserva Gaetano Maccaferri, imprenditore bolognese, vicepresidente della Confindustria con delega all’ambiente e alla semplificazione. «Per esempio, non ha senso punire ancora di più l’industria e tralasciare settori come l’efficienza energetica dove ci sono ancora ampi spazi per conseguire risultati positivi per tutti: per l’ecologia, per l’economia e per le famiglie».
Maccaferri, come valuta le proposte della Commissione europea sulle emissioni che saranno discusse la settimana prossima dal Consiglio Europeo?
Gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni sono un sfida importante che, se affontata con le misure adeguate, può rappresentare anche una grande occasione di crescita industriale. Con Business Europe, cioè l’organizzazione europea dell’industria, abbiamo accettato l’introduzione di un target ambizioso in termini di riduzione di CO2, ponendo due condizioni: un maggiore coinvolgimento delle altre grande piattaforme industriali mondiali (a partire dalla conferenza sul clima di Parigi del 2015) e l’assenza di obiettivi vincolanti per efficienza e fonti rinnovabili. Ogni Paese deve scegliere gli strumenti per ridurre le emissioni sulla base dell’efficacia delle diverse tecnologie, sia che si tratti di fonti rinnovabili che di efficienza energetica. Se l’Europa impone sia l’obiettivo che il modo per raggiungerlo, rischiamo di ipotecare oggi le scelte di settori che hanno uno sviluppo tecnologico straordinario. Prenda ad esempio il costo di un pannello fotovoltaico: sei anni fa il prezzo era otto volte superiore a quello di oggi. Deve essere il mercato, il costo della CO2, a guidare le scelte più efficienti.
L’Europa vuole usare come strumento di base lo scambio delle quote di emissioni, cioè l’Emissions trading scheme o Ets. È uno strumento ancora valido?
L’Ets è ancora uno strumento di mercato e, come tale, dovrebbe essere una misura efficiente per dare un valore all’impatto sull’ambiente e fornire i corretti segnali al mercato. Poiché le quotazioni attuali della CO2 sono basse, la Commissione Ue vuole introdurre una market stability reserve, uno strumento per tenere più alti i listini dell’anidride carbonica. Questa distorsione del mercato può rendere inefficace uno strumento. L’Ets, invece, va reso efficace, non va distorto. La CO2 costa troppo poco? Noi la paghiamo già cara, ma in altra forma: sono gli incentivi alle fonti rinnovabili di energia che pesano sulla bolletta elettrica degli italiani e sulla competitività delle nostre imprese. Infatti, sono proprio le rinnovabili a ridurre la domanda di quote di emissione e il prezzo della CO2.
Le regole allo studio dell’Ue potranno avere effetti su alcuni settori industriali. Quali?
Uscire dalle regole attuali del cosiddetto carbon leakage avrebbe effetti drammatici per molti settori energivori, tra cui l’industria siderurgica italiana e le raffinerie, che sono già in crisi. Perfino alcuni comparti della green economy ne sarebbero devastati e dovrebbero chiudere se non emigrare. Se l’Europa vuole evitare processi di deindustrializzazione deve garantire il meccanismo del carbon leakage almeno fino al 2030 e adottare un approccio comune sulla gestione dei costi indiretti dell’Ets sul mercato elettrico.
Maccaferri, però attraverso l’Industrial compact l’Europa vuole promuovere l’industria manifatturiera.
Noi riteniamo che gli obiettivi dell’Industrial compact siano la priorità assoluta e pensiamo peraltro che sia possibile coniugare gli obiettivi di sviluppo industriale con la tutela dell’ambiente, attraverso politiche che valorizzino la capacità innovativa delle imprese.
Crescita e ambiente si conciliano per esempio con l’energia pulita, con l’efficienza energetica.
Bisogna individuare un parametro, una misura dell’obiettivo: l’emissione di CO2. I vincoli devono essere uno strumento, non un fine. Ogni Paese dovrebbe definire politiche coerenti con le caratteristiche e le potenzialità del proprio settore industriale. Pensi solo all’impatto positivo sull’ambiente, sull’economia e sulla vita dei cittadini, se le aziende di trasporto pubblico cambiassero i loro bus inquinanti. E se gli edifici consumassero meno energia per essere scaldati e rinfrescati. L’ecobonus per le case dovrebbe avere durata triennale, non la solita altalena di conferme e smentite. La stabilizzazione delle politiche per l’efficienza energetica potrebbe dare un contributo alla crescita italiana di circa mezzo punto l’anno di Pil e creare mezzo milione di posti di lavoro. Le nostre imprese sono fortissime nell’efficienza energetica, abbiamo le tecnologie migliori per i motori, siamo geniali nelle rinnovabili: perché dobbiamo penalizzarci invece di usare queste capacità?

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