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Dal super-euro conto da un miliardo

È un nemico infido. Si sente, ma è difficile dire quanto pesi davvero. Impatta sui ricavi e rischia di fare inciampare una ripresa già precaria. Oltre che segare l’unico ramo su cui interi settori del “made in Italy” sinora si erano rifugiati al netto di un mercato interno che non sembra pronto a ripartire.
Dietro al salvagente sgonfio dell’export italiano verso i paesi extra-Ue, calato a giugno, rispetto al mese precedente, del 4,3% c’è soprattutto il “rullo compressore” di un euro ancora troppo forte rispetto al dollaro ma anche alle altre valute, sia quelle di altre economie mature (come Giappone e Canada), che degli emergenti.
Basti un dato, fonte Istat. Nel solo primo quadrimestre 2014, rispetto allo stesso periodo del 2013, le esportazioni extra-Ue italiano sono “sotto di 1 miliardo”. Se tra gennaio-aprile dell’anno scorso erano a quota 55 miliardi, nell’ultimo quadrimestre superano di poco i 54.
Nei primi 4 mesi i settori più colpiti sembrano la metallurgia (-21,7%), coke e petrolio (-14,9%), i farmaci (-9,4%) e l’informatica elettronica (-7,2%). Va meglio per i mezzi di trasporto (+7,6%), legno, carta e stampa(+6,6%), tessile, abbigliamento e pelli (+3,7 per cento).
Con la fine degli stimoli monetari della Fed e la fiducia di una ripresa in Europa, nel primo trimestre 2014 c’è stato un consistente flusso di capitali verso l’Europa. Conseguenza: un deciso apprezzamento dell’eurovaluta. Sia rispetto alle controparti “sviluppate”, come lo yen o il dollaro canadese che si sono svalutati di oltre il 5% negli ultimi 6 mesi. Sia, in particolare, rispetto alle valute emergenti come il rublo – ma qui si inserisce anche la guerra con l’Ucraina – che si è svalutato del 12% sull’euro.
Si acquistano a prezzi low cost le materie prime (buona notizia per un Paese come l’Italia che non ne produce) e gli imprenditori lo riconoscono. Ma si gela anche la ripresa. Il rafforzamento della moneta unica, insomma, è una panacea per chi compra ma più di una minaccia per le esportazioni delle aziende europee, mentre la volatilità dei cambi rischia di compromettere utili e fatturato di più di una società.
«L’anno scorso – spiega Filippo Ferrua Magliani, presidente di Federalimentare – il nostro export globale rispetto alla produzione è cresciuto di circa il 6%, quest’anno del 3% e francamente noi produttori non ce lo spieghiamo se non come un effetto del cambio pesante e delle svalutazioni di molte monete in mercati emergenti su cui stiamo facendo da anni un grosso sforzo, in termini di investimenti, di penetrazione e presenza costante. Come in Cina, dove l’anno scorso crescevamo del 7,5% e oggi dell’1% o la Turchia su cui dal +18% siamo passati, quest’anno, a -30 per cento». Ma dietro alle vendite, c’è anche l’insidia delle frodi. «Nell’alimentare – conclude Ferrua Magliani– se caliamo in mercati emergenti dove la domanda cominciava a essere importante ha buon gioco l’italian sounding, cioè il “falso” prodotto italiano, che ci erode il mercato».
Nonostante all’ultima assemblea di Sistema Moda Italia il presidente Claudio Marenzi abbia sottolineato che con il 2014 l’export di settore tornerà, per il primo anno, ai livelli pre-crisi «Il super-euro ci penalizza soprattutto in Giappone e Stati Uniti, due mercati maturi che per noi sono da sempre un approdo sicuro. Oggi la nostra quota di export è del 55% – conclude Marenzi – ma potrebbe arrivare al 70% se non avessimo la zavorra della valuta pesante».

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