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Dal redditometro all’elusione, il contenzioso trova la bussola

Il raddoppio dei termini per l’accertamento in presenza di ipotesi di reato e l’accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche in ordine sparso nei massimari della giurisprudenza tributaria del 2012. L’esame delle principali sentenze raccolte dagli uffici regionali su questi (ma non solo su questi) temi testimonia l’assenza di un unico filo conduttore che muove l’animus delle commissioni tributarie. La stessa vicenda, si legge infatti nella relazione introduttiva del massimario della regione Puglia, sottoposta all’esame di diversi giudici, viene a volte risolta in modo diametralmente opposto.

Raddoppio dei termini. Se c’è un insegnamento che si può trarre esaminando i massimari tributari 2012 è rappresentato dall’assenza di un vero e proprio automatismo fra fattispecie di reato (penale-tributario) e raddoppio dei termini per l’accertamento. Illuminante la sentenza n. 180 del 3/11/2011 della Ctp di Brindisi secondo la quale «l’Agenzia delle entrate non può fruire del raddoppio dei termini per l’accertamento, secondo la disposizione dell’art. 37 del dl n. 223 del 2006, allorché la denuncia di reato sia stata trasmessa all’Autorità giudiziaria quando il termine (ordinario) per l’accertamento fissato a pena di decadenza dagli artt. 43 del dpr n. 600 del 73 e 57 del dpr n. 633 del 72 sia già scaduto». Sentenza alla quale il massimario dedica anche una apposita e approfondita nota redazionale. Si tratta di una decisione che deve essere letta in combinato disposto a quanto deciso dalla Corte costituzionale con la famosa sentenza n. 247 del 2011 che il collegio giudicante ha peraltro espressamente richiamato nella sua decisione, anche se ha fermato la sua attenzione solo su di un passaggio della stessa, ovvero sul fatto che secondo la Corte «la legge non attribuisce all’Amministrazione finanziaria l’arbitrario e incontrollato potere di raddoppiare i termini di accertamento».

In altri casi le sentenze oggetto di massimazione hanno invece ribadito il potere/dovere delle commissioni tributarie di valutare la sussistenza o meno del reato nonché dell’obbligo di denuncia da parte dell’Ufficio tributario. È il caso della sentenza n. 161 della Ctr Toscana emessa il 13/12/2012, secondo la quale se è vero che l’articolo 43, comma 3, del dpr 29/9/1973, n. 600 dispone il raddoppio dei termini, previsti dal comma 1 dello stesso articolo 43, per la notificazione dell’avviso di accertamento in caso di violazione che comporta l’obbligo di denuncia ai sensi dell’art. 331 c.p.p. per uno dei reati previsti dal dlgs 10/3/00, n. 74 non può al tempo stesso non essere riconosciuta la possibilità per il giudice tributario, se richiesto dal contribuente, «di vagliare la presenza dell’obbligo di denuncia e, di conseguenza, di disconoscere l’applicabilità del termine raddoppiato».

Ma il giudice tributario, almeno secondo la sentenza n. 218 del 8/5/2012 della Commissione tributaria provinciale di Modena, può spingersi anche più in avanti dichiarando la nullità «dell’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate, dopo l’emissione del decreto che dispone l’archiviazione, per infondatezza della notizia di reato, da parte del giudice per le indagini preliminari, per reati di cui al dlgs 74/2000».

Accertamento sintetico. Anche in tema di redditometro le principali sentenze 2012 massimate dagli uffici regionali contengono spunti di sicuro interesse.

Si prenda, fra le altre, la sentenza n. 9/4/12 emessa il 26/1/2012 dalla Commissione Tributaria di Alessandria con la quale i giudici del capoluogo piemontese non hanno esitato nel dichiarare come a fronte del dato presuntivo derivante dall’applicazione del redditometro, il contribuente deve offrire la dimostrazione contraria, in modo concreto, così da offrire un raffronto plausibile fra le poste in discussione. Fra tali mezzi di prova però «la dichiarazione scritta di terzi, pur essendo un documento, ha tuttavia natura testimoniale e di per sé non è ammissibile come prova».

Più favorevole ai contribuenti la decisione contenuta nella sentenza n. 17/1/12 del 28/6/2012 emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Vercelli.

In essa si legge infatti come «l’utilizzo del redditometro ha efficacia di tipo relativo e si traduce in risultati poco attendibili se non confortati da elementi e circostanze di fatto di assoluta certezza e validità.

L’intervento del coniuge facente parte attiva del nucleo familiare deve considerarsi parte nel sostenimento delle spese di gestione dei beni disponibili agli stessi pur se riferiti con specifica titolarità a un solo componente della famiglia».

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