Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Dal private equity spinta ai ricavi del 10%

Un moltiplicatore di fatturato e occupazione per imprese del settore abbigliamento moda, arredamento casa e design, automazione e meccanica.
Potrebbe essere definito così – in estrema sintesi – l’impatto del private equity nelle aziende del made in Italy. È quanto emerge dallo studio condotto da Alessia Muzio e Alice Pisano, Università Carlo Cattaneo – Liuc. Il lavoro mette a confronto fatturato e occupazione di imprese interessate dall’ingresso di capitali nell’azionariato, con imprese analoghe operanti nei tre settori citati e nell’agroalimentare. Il periodo di osservazione parte dal 2007 e arriva al 2012. Il risultato è incoraggiante (si veda infografica): nei quattro settori aggregati il confronto tra i due insiemi di imprese, evidenzia una differenza di fatturato di più di nove punti percentuali. Se le imprese che non hanno avuto operazioni di Pe hanno registrato una performance negativa del 5,1%, quelle sostenute da investimenti realizzati da investitori istituzionali hanno registrato una crescita del 4,3%, con un delta del 9,4%. Analoga differenza riguarda le performance legate all’occupazione: più 4,1% per le imprese finanziate, -4% per le altre, con un delta dell’8,1%.
«Il private equity – spiega Anna Gervasoni, direttore generale dell’Aifi – si dimostra un importante strumento per selezionare e assistere le migliori imprese del Paese, facendo fare loro un salto di qualità. A maggior ragione in un momento di credit crunch. Lo studio dell’università Carlo Cattaneo – Liuc ha analizzato le aziende che rappresentano i settori di eccellenza del made in Italy. In questo campione, le imprese che hanno voluto internazionalizzarsi, affrontare positivamente il passaggio generazionale dotandosi di una struttura manageriale, e di una governance moderna, e che per raggiungere gli obiettivi hanno accolto investitori istituzionali nel proprio capitale di rischio, hanno raggiunto risultai eccellenti rispetto a imprese di analoga dimensione e settore di attività».
Analizzando separatamente i quattro settori, risultati eccellenti si evidenziano nell’abbigliamento e nella moda dove si registra il delta più alto nel fatturato: più 19,4% il saldo tra la performance positiva del 14,3% delle imprese con Pe, e quella negativa del 5,1% delle imprese senza operazioni. Forte anche la differenza nell’occupazione: più 11,4%; le aziende finanziate hanno registrato una crescita del lavoro del 4,2%, quelle non finanziate una flessione del 7,2 per cento.
Più sfumato il risultato del settore della casa e del design. Qui la performance nel fatturato delle imprese con Pe è stata del 2,1%, contro una flessione del 9% delle altre, anche se sull’occupazione le imprese finanziate hanno solo perso meno rispetto alle altre (rispettivamente -4,89% e -6,5%). Più deciso il risultato del settore dell’automazione e della meccanica, dove le imprese che hanno accolto capitali di Pe sono cresciute del 3,4% nel fatturato e del 5,8% nell’occupazione. Negative, invece, tutte e due le performance delle imprese non finanziate.
«I matrimoni riusciti meglio – conclude Gervasoni – sono stati quelli della moda e della meccanica. Nella moda il private equity ha messo ordine nelle aziende e ha accelerato l’internazionalizzazione. Nella meccanica, grande eccellenza italiana, l’ingresso di capitali ha avuto un impatto superiore a quello registrato dalla studio, perché queste imprese sono al vertice di lunghe filiere, che generano un ampio indotto».
È l’agroalimentare l’unico settore a non beneficiare, almeno nel periodo di osservazione, di un vantaggio per l’ingresso di nuovi capitali. Le imprese finanziate hanno avuto infatti una flessione nel fatturato pari al 2,7%, performance più negativa di quella delle imprese dell’altro campione che hanno perso solo l’1,3% del proprio giro d’affari.
Se l’effetto positivo generato da nuovi investimenti realizzati da investitori istituzionali nel capitale di rischio di matrice privata è evidente, le operazioni chiuse ogni anno rappresentano ancora solo una goccia nel mare. Nel corso del 2012, infatti, sono state registrate nel mercato italiano del private equity e venture capital 349 nuove operazioni, per un controvalore complessivo pari a 3.230 milioni di euro: rispetto all’anno prima in flessione in termini di valore ma in crescita in numero di interventi. Uno strumento, il Pe, che necessita dunque di un’ulteriore e forte spinta, per compensare la crescente morsa nel credito.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Banche alla verifica degli stress test dopo il Covid. Quante sono le aziende affidate che hanno pos...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dopo 10 anni passati a riaversi dai traumi della crisi finanziaria 2008 e cinque a tagliare i risch...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«È una riforma importante quella di cui stiamo discutendo in questi giorni — dice il neo presid...

Oggi sulla stampa