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Dal mini-euro due miliardi in più

La speranza è che l’euro “bonsai” duri. Perché la sensazione resta in effetti quella di una sorta di “manna” dal cielo, condizione transitoria legata a scelte solo in parte controllabili dalla Bce. E proprio qui, nella discesa della moneta europea, si concretizza in effetti una delle «potenti spinte esterne» che fanno considerare a Confindustria ormai «innescata» la ripresa italiana.
Dopo una serie di dati contradditori e disomogenei in arrivo da ricavi e produzione, l’export extra-Ue inietta forti dosi di ottimismo sulle speranze di ripresa in Italia, presentando a marzo un bilancio in crescita a doppia cifra. Un aumento del 13,2% (per trovare un dato migliore occorre tornare al lontano ottobre 2012) su cui incide in parte un calendario più favorevole oltre che qualche maxi-commessa di nave, per definizione non ripetibile. Ma anche al netto di queste voci, che per l’Istat spiegano quattro punti di crescita, il saldo resta fortemente positivo, grazie in particolare alla svalutazione dell’euro.
Un effetto evidente guardando ai risultati ottenuti nelle vendite di made in Italy a Washington, lievitate (in euro, appunto) del 44,1% , comunque cresciute di oltre 32 punti anche eliminando dal calcolo i mezzi di navigazione marittima.
A marzo del 2014 un dollaro si traduceva in appena 72 centesimi di euro mentre un mese fa il biglietto verde è arrivato a valerne ben 93: il che determina automaticamente un aumento degli incassi per le aziende italiane che sono riuscite a mantenere stabili (o a far scendere in modo soft) i propri listini in dollari in presenza della forte rivalutazione della moneta statunitense.
Tra gennaio e marzo l’export verso gli Usa è così lievitato del 39,5% e proiettando questo trend per l’intero 2015, per le nostre aziende significherebbe avere 12 miliardi di euro di incassi aggiuntivi: nel solo mese di marzo il “bonus” incrementale per la nostra manifattura vale oltre un miliardo di euro.
La discesa della moneta unica, tuttavia, riguarda anche altre aree valutarie e nel paniere che comprende Franco Svizzero, Yen, Sterlina e Dollaro Usa (Euro Index) la svalutazione annua è nell’ordine del 16%, il che produce benefici che vanno anche oltre Washington.
A marzo la crescita extra-Ue è in effetti corale, con le uniche eccezioni della Russia, giù nel mese del 24% e della Cina, il cui rallentamento è evidente nella stasi degli acquisti (+0,8%). Per India e Medio Oriente la sviluppo delle vendite supera invece il 20% e performance robuste vi sono anche per Svizzera, Turchia, NordAfrica, America Latina.
Dal punto di vista dei valori assoluti marzo porta così nelle casse delle aziende italiane 17,2 miliardi di euro, esattamente due in più rispetto allo stesso periodo del 2014.
In termini settoriali le crescite sono diffuse, con uno scatto dei beni strumentali (+17,5%) legato alle vendite di navi ma anche alla forte ripresa dell’export di auto, in crescita a doppia cifra anche beni intermedi e beni di consumo non durevoli.
La progressiva svalutazione dell’euro ha però anche un altro effetto, inevitabile, dal lato delle importazioni. Tutto ciò che acquistiamo dall’esterno dell’area dell’euro oggi costa mediamente il 16% in più (se il parametro è l’euro index) rispetto ad un anno fa e questo evidentemente provoca una risalita automatica dei valori dell’import. A marzo, al netto dell’energia, l’aumento è del 20,5%, con crescite ancora superiori per i beni di consumo, aumenti che certamente possono derivare anche da un progresso dei volumi ma che risentono in modo determinante della svalutazione della moneta con cui compriamo.
La frenata dei listini dell’energia (-15,7%) attenua però la crescita complessiva delle importazioni spingendo ancora una volta verso l’alto l’avanzo commerciale nazionale: tra gennaio e marzo il surplus supera i sei miliardi, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2014.
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