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Dal lavoro alla casa le dieci spine fiscali dell’agenda Draghi

Il fisco è un sistema complicato. Ma ci sono strade semplici per misurarne i problemi. Enormi. Anche per un economista del calibro di Mario Draghi, che nei giorni scorsi ha voluto mettere il fisco fra le priorità del programma del suo governo. Un punto di partenza può essere rappresentato dal grafico riprodotto qui sopra. I dati sono stati presentati pochi giorni fa da Massimo Bordignon, docente della Cattolica e membro dell’European Fiscal Board, nell’indagine conoscitiva sulla riforma Irpef delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Fra 30 Paesi europei, l’Italia è terza per tassazione sul lavoro, preceduta solo da Slovacchia e Grecia, mentre è 25esima per le imposte sui consumi. Sul capitale, invece, è settima.

Basta questo a individuare il problema più grave del nostro fisco, che scoraggia la partecipazione al lavoro in uno dei Paesi con il tasso di occupazione più basso. Non a caso il taglio del cuneo fiscale campeggia in testa alle priorità indicate dagli esperti. E alimenta un ventaglio ampio di proposte.

Una per esempio l’ha avanzata, sempre nell’indagine parlamentare, Carlo Cottarelli, suggerendo una tassazione di favore temporanea per il «secondo percettore di reddito» nella famiglia: un modo per spianare, almeno dal punto di vista fiscale, la strada a una maggiore occupazione femminile e giovanile.

A rendere più appuntita questa spina interviene il fatto che quando si guarda alle aliquote marginali effettive la curva Irpef scompare per lasciare il campo a una parabola. Il primo tratto è rappresentato dalla no tax area, che abbraccia 10 milioni di contribuenti esclusi da ogni possibile bonus aggiuntivo perché incapienti, al punto che tra le proposte degli esperti ascoltati dalle Camere torna molte volte quella di un’imposta negativa, cioè un trasferimento monetario per i titolari dei redditi più leggeri. Poi la linea si impenna sui redditi medio-bassi, concentrando le richieste più pesanti nella fascia fra 26 e 40mila euro: proprio quella più popolata dai lavoratori dipendenti con contratti stabili. Per questi contribuenti, complice il salto d’aliquota dal 27 al 38% e i decalage di detrazioni e bonus, il fisco può arrivare a pretendere fino a 61 euro ogni 100 di reddito aggiuntivo. Un salasso.

Richieste così elevate, ha suggerito l’Ufficio parlamentare di bilancio, nutrono la spinta politica ai regimi sostitutivi, che infatti dalle locazioni ai premi di produttività si sono moltiplicati in questi anni. Le distorsioni che producono intrecciano strettamente il problema delle aliquote con quello della ricostruzione delle basi imponibili. E rendono quindi piuttosto ozioso il derby continuo fra chi chiede di ridurre il numero di aliquote e chi vorrebbe invece moltiplicarle all’infinito seguendo il modello tedesco. Perché prima di occuparsi di questa architettura occorre scegliere quale via imboccare nel bivio descritto, sempre in audizione, da Nicola Rossi: per introdurre la progressività alla tedesca bisogna riportare sotto l’Irpef tutti i redditi, mentre se si vuole lasciare l’attuale sistema duale (lavoro da un lato e cedolari dall’altro, a partire dal capitale) «diventa imperativo ridurre il più possibile il numero di scaglioni e aliquote».

Tra le scelte che più hanno prodotto un esodo dall’Irpef c’è il regime forfetario degli autonomi, cresciuto con la «Flat Tax» fino a 65mila euro di ricavi o compensi. Un’incompiuta, perché le tappe successive sono state presto archiviate, su cui si concentrano molte proposte di revisione. La principale è quella della tassazione per cassa, avanzata dal direttore delle Entrate Ernesto Maria Ruffini ma criticata dalla Corte dei conti per il rischio di creare imponibili estremamente discontinui nel tempo per effetto delle spese.

Tra le cedolari messe sotto esame nelle audizioni ci sono poi quelle sugli affitti, che secondo molte analisi non hanno prodotto l’effetto sperato di emersione del nero. Più di una proposta ha guardato alla riforma degli estimi catastali, la cui vecchiaia punisce i proprietari di case più recenti (e spesso di valore più modesto) premiando chi possiede case più datate (magari nei centri storici). Un tema spinoso, reso quasi impraticabile politicamente dall’esplosione fiscale prodotta nel 2012 dall’Imu, che ha presto perso il carattere transitorio con cui era nata. Tema spinoso quanto il riordino delle patrimoniali, almeno 17 secondo il censimento di Confindustria, presenti oggi anche su conti correnti e depositi.

La riforma del fisco, insomma, promette di aprire terreni quasi sconfinati. E ricchi di labirinti normativi che andrebbero ricondotti alla razionalità dei testi unici per materia. Già questo, da solo, sarebbe un risultato memorabile.

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