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Dal governo dieci giorni ad Atlantia “Poi scatta la revoca su Autostrade”

Dieci giorni per tener fede agli accordi del 14 luglio. Se entro il 10 ottobre non si chiuderà la partita con Cassa Depositi e Prestiti, la decisione di revocare la concessione ad Autostrade verrà portata in consiglio dei ministri. Per tradurre in realtà quella che per 27 mesi, sin dal crollo del Ponte Morandi, era stata forse considerata dalla holding della famiglia Benetton poco più d’una minaccia.
Stavolta è davvero irritato, il premier Conte. Il vertice era stato convocato a Palazzo Chigi per valutare l’ultima lettera con cui Atlantia — invitata a dare una risposta entro il 30 settembre — ha ribadito la linea sostenuta nelle ultime settimane: vendere secondo un processo di “dual track” (asta e/o scissione e quotazione) senza preclusioni ma anche senza esclusive a Cdp (come invece vuole il governo) secondo un percorso di mercato. Accusandolo indirettamente di voler alterare il mercato e di costringere la società a cedere a prezzi e condizioni non concorrenziali e non trasparenti.
Il disappunto di Conte è condiviso appieno dal ministri del Tesoro Gualtieri e dei Trasporti De Micheli, arrivati alla riunione scortati dai rispettivi capi di gabinetto: Luigi Carbone e Alberto Stancanelli. Al termine del summit saranno proprio i dirigenti a firmare — insieme al segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa — la missiva con la quale l’esecutivo respinge tutte le accuse al mittente, contesta ad Atlantia di aver mutato le condizioni dell’accordo siglato a luglio e avverte che, stando così le cose, il Consiglio dei ministri assumerà le decisioni conseguenti. Una scelta a questo punto obbligata, concordano il premier e i due ministri titolari del dossier.
La revoca, sottolineano Atlantia- Aspi, avrebbe come conseguenza il rischio default di 16 miliardi di debito delle due società e l’avvio di procedure concorsuali per difendere le aziende e i creditori, ma che metterebbero a repentaglio 7.000 dipendenti. Poche ore prima i vertici del gruppo – il presidente di Atlantia Fabio Cerchiai, l’amministratore delegato Carlo Bertazzo e Roberto Tomasi – avevano ricostruito, dal loro punto di vista, le tappe dell’ultimo anno. Dalla consapevolezza crescente che i Benetton dovessero uscire totalmente da Autostrade, a quello che doveva essere il punto d’arrivo, l’accordo del 14 luglio scorso. «Di quel testo noi abbiamo scritto solo l’ultima riga: Distinti saluti», ha sottolineato Bertazzo. Come a dire, tutto il resto è venuto dall’esterno (in particolare dal ministero dell’Economia, dice qualcuno). Anche gli impegni presi, continuano a dire, sono stati tutti mantenuti.
In realtà da quel primo schema – aumento di capitale dedicato a Cdp, con ingresso della stessa al 33% e poi con altri soci vicini a Cassa pronti a prendere un ulteriore 22% – si è poi arrivati ad un altro canovaccio giunto – secondo Atlantia – fino ad un passo dalla firma, il primo settembre. Il giorno dopo, anzi la sera, la doccia fredda, sempre per Atlantia, con le due lettere di Cdp e del ministero dei Trasporti, che proponeva una la chiusura dell’accordo transa ttivo solo con la vendita in esclusiva a Cdp. Secondo Bertazzo non è chiaro cosa sia successo in quelle ore, mentre il titolo in Borsa festeggiava la prospettiva di un accordo. «Forse qualcuno ha pensato: ma allora questo accordo non è buono per noi», ha detto Bertazzo. Ricostruzione smentita ieri in tempo reale da ambienti vicini a Cdp, che respingono la tesi secondo cui si era vicini ad un accordo e che ci sono state richieste aggiuntive.
Scontro totale? Non è detto: «Confidiamo ora nell’equilibrio di Conte – ha detto Cerchiai che consideriamo un riferimento di garanzia per tutti». Dieci giorni per capire se sarà davvero così.
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