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Dal governo 2 miliardi per il lavoro ai giovani Ma serve molto di più contro la fuga dei cervelli

Che bersaglio scegli quando hai un solo colpo in canna? Se sei un giovane neo-laureato in cerca di lavoro, probabilmente non ti limiterai a mandare un curriculum che nessuno leggerà, o forse sarà scartato perché il tuo nome rivela che sei donna. Se ti sei appena laureato, preferirai piuttosto affacciarti su una nuova piattaforma digitale come la «Just Knock» di Milano, dove quaranta multinazionali valutano i giovani sulla base delle loro proposte concrete per l’azienda. Non di una pagina di titoli.

Ma che bersaglio scegli invece se hai un solo colpo e sei un governo pieno di debiti a fine legislatura? Quello di Paolo Gentiloni ha deciso: investirà due miliardi l’anno in sgravi contributivi biennali sui nuovi contratti permanenti ai giovani fino a 29 o a 32 anni. Per i primi 24 mesi si riduce così del 16% circa il costo di tenere questi ragazzi in azienda sulla base di assunzioni a tempo indeterminato; dopo lo sgravio scompare, ma almeno avrà aiutato a far entrare qualcuno nel mondo del lavoro dalla porta principale. Difficile sostenere che sia sbagliato. Anche l’Ocse, il centro studi di Parigi, raccomanda misure di questo tipo. Il punto dunque non è discutere se esse siano nocive – non lo sono mai – ma quanto beneficio rechino effettivamente.

Gli sgravi temporanei varati nel 2015 ai contratti permanenti mostrano che di solito c’è un’impennata di assunzioni stabili finché quelli sono in vigore, poi tutto torna come prima. Anzi le aziende, per compensare quanto fatto fin lì, assumono ancora meno a tempo indeterminato.

L’esperienza degli ultimi venticinque anni rivela anche qualcos’altro: il dramma dei giovani in Italia non è una questione di costo. Non sono esclusi dal mondo del lavoro perché i loro contratti risultano troppo onerosi. Paolo Pinotti e Fabiano Schivardi calcolano in uno studio per l’Inps che dal 1990 al 2012 i cosiddetti salari d’ingresso – le prime buste paga – non hanno fatto che alleggerirsi. Un ragazzo assunto cinque anni fa costava all’impresa il 26% in meno, in valore reale, di un suo coetaneo assunto nel 1990 (vedi grafico in alto). Nel frattempo, il numero di disoccupati fra i 25 e i 34 anni di età è salito da mezzo milione a un milione di persone. La scarsità di aperture per i giovani ha trascinato in basso i salari, ma i bassi salari non hanno creato abbastanza nuove opportunità per loro. Fra il 2007 e l’apice della Grande Recessione il salario d’ingresso per i laureati è crollato da 1.300 a mille euro al mese. Nel frattempo si sono contati 400 mila ragazzi in più in cerca di qualcosa da fare per vivere.

Il motivo di tanto sacrificio è ovvio: le aziende si rivalgono sui giovani perché i costi del lavoro dei dipendenti adulti e anziani sono molto più rigidi. Gli imprenditori possono risparmiare solo all’inizio della catena fra le generazioni. I vecchi contratti permanenti non presentano costi certi di licenziamento come i nuovi con il Jobs Act (invece nella riforma del lavoro in corso in Francia sì); soprattutto, in Italia vige una stretta gerarchia salariale sulla base dell’età: il grafico in pagina mostra che la remunerazione in questo Paese non segue la produttività durante la carriera, ma l’anzianità fino all’età della pensione (in molti altri Paesi d’Europa invece si paga di più chi è nel pieno delle forze).

Il risultato di tanta svalutazione del lavoro giovanile è duplice: chi si è già laureato cerca di realizzare il proprio valore all’estero (la «fuga dei cervelli»), impoverendo il Paese, perché in quasi tutte le democrazie avanzate – eccetto la Spagna – il salario d’ingresso è più altro che in Italia. E chi non si è ancora laureato invece tende a investire meno che altrove negli studi e dunque nella produttività futura propria e del sistema. Nel 2008 passava all’università il 65% dei diplomati, nel 2013 il 55%. Un diciannovenne si chiede: perché rinunciare i 50 mila euro che posso guadagnare con un mestiere umile nei prossimi cinque anni, se un mensile da laureato vale mille euro? Questa è la trappola da sgominare, richiede una revisione della contrattazione per tutti e dunque apertura mentale da parte di chi è già adulto e occupato stabilmente. Gentiloni usa bene il suo singolo colpo in canna con gli sgravi. Ma la prossima legislatura dovrà fare molto di più.

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