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Dal fisco al Pil l’Italia si allontana dalla Ue

Indietro quasi su tutto. E in un quadro che, progressivamente, va peggiorando. Che si tratti di dati economici, commercio mondiale, conti pubblici, mercato del lavoro, energia o credito, l’immagine riflessa dalle elaborazioni del Centro studi Sintesi su dati Eurostat, è quella di un’Italia che non solo arranca, ma che perde terreno rispetto alla media dei Paesi dell’area euro.
Due dati su tutti. Il primo: solo in quattro casi su 22 gli indicatori presi in esame vedono in vantaggio l’Italia. Fra questi c’è la variazione dell’export oltre che il rapporto deficit-Pil, “piegato” dalle cure per raddrizzare i conti pubblici. Il secondo dato è indicativo di come la distanza con i 17 Paesi dell’area euro si stia allungando: per 13 di questi 22 indicatori il gap dell’Italia rispetto all’Eurozona è in peggioramento sia rispetto a fine 2010, sia nel confronto con l’inizio del 2011, prima dello scoppio dell’emergenza “spread” che ha visto balzare il differenziale fra Btp e Bund decennali tedeschi oltre i 550 punti base a novembre 2011. «Proprio lo spread elevato e gli interventi di finanza pubblica – afferma Catia Ventura, direttore del centro studi Sintesi – hanno condotto il nostro Paese a peggiorare su vari parametri e a scontare differenziali con il resto d’Europa».
Di certo a farne le spese è la pressione fiscale: è salita al 45% previsto per il 2012 dal 42,8% del Pil del 2010 ed è anche aumentata più che nel resto d’Europa, visto che il differenziale fra il dato Italia e quello dell’Eurozona è cresciuto da 2,5 a 3,4 basic points. Ma, come precisa il direttore del think tank veneto, quello cui si assiste ora è anche «un evidente gap di performance sulla crescita e più in generale sui principali parametri che descrivono il contesto macroeconomico».
Uno di questi è sicuramente il tasso d’inflazione, indicato nella base dati Eurostat al 3,6% nel primo semestre 2012, contro il 2,6% dell’area euro. Anche in questo caso, Italia dietro all’Eurozona e con un quadro deteriorato: a fine 2010 c’era perfetta parità, con un’inflazione per tutti all’1,6 per cento. Ancora peggio è andata sul fronte dell’indicatore del clima economico: l’Esi. Qui l’Italia è scesa a 83,3, contro i 99,4 di fine 2010. Ma ciò che più colpisce è il differenziale con la media dell’area euro, esploso da -1,1 a -9,3. Senza contare che la Germania appare lontana anni luce dall’alto del suo indicatore a quota 103,9.
È chiaro che in questo momento sulla graticola sono le prospettive di sviluppo non solo dell’Italia, ma dell’intera Europa. Il peggioramento dei conti pubblici in vari Paesi europei e le tensioni sui mercati finanziari si continuano a miscelare in un cocktail avvelenato che ha richiesto anche una presa di posizione forte da parte del numero uno della Bce, Mario Draghi, costretto a mettere sul tavolo, con il piano sull’acquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario un bazooka antispeculazione, pronto a essere impracciato all’occorrenza. È altrettanto vero che l’Italia sta subendo il contraccolpo più pesante tra le principali economie dell’Eurozona. Prova ne è che le ultime previsioni della Commissione europea formulate a maggio individuano una battuta d’arresto per il Pil italiano a fine 2012 dell’1,4%, a fronte del -0,3% dei 17 Paesi dell’area euro, con un differenziale ben superiore agli 0,1 punti di fine 2010. Tutto questo mentre da più parti arrivano indicazioni di una flessione del prodotto interno lordo a fine anno ben superiore al 2% (per l’Ocse -2,4%: dato peggiore fra i Paesi del G7).
A completare il cahier de doleances ci sono il versante occupazione e l’energia. Nel primo caso la performance dell’Italia è profondamente peggiorata nella componente femminile e giovanile della disoccupazione. In quest’ultimo caso, le elaborazioni del Centro studi Sintesi su dati Eurostat indicano un tasso di disoccupazione al 35,9% nel primo trimestre 2012: più elevato di 13,2 punti percentuali rispetto alla media dell’area euro. «Ed è più che quadruplo rispetto all’8 per cento della Germania» aggiunge Ventura. Riguardo all’energia, il prezzo dell’elettricità per usi industriali sconta un differenziale elevatissimo: 41,2 per cento rispetto alla media dell’area euro.
«È evidente che l’economia è peggiorata. Il necessario miglioramento dei conti pubblici – dice Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison – ha portato a un rallentamento. Ma è stata un frenata necessaria che ha permesso alla macchina di non deragliare. In tutto questo va evidenziato che l’Italia sta mostrando nell’export un vero punto di forza, con un saldo record della bilancia commerciale». Dal canto suo Giacomo Vaciago, ordinario di politica economica alla Cattolica di Milano, punta l’indice su quello che considera un peccato originale. «Fatto l’euro – dice – ci si è dimenticati che bisognava fare l’Unione. E invece di estendere l’altrui meglio, i Paesi hanno protetto il proprio peggio. È evidente che l’Italia ha funzionato e funziona peggio degli altri perché ci siamo difesi fin troppo bene dall’apertura al mercato. Visto che al Governo c’è Mario Monti – conclude Vaciago – gli propongo di far leggere a tutti i suoi ministri il “Rapporto Monti” del 2010», che perorava la causa di una maggiore integrazione europea.

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