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Dal ‘700 alla «Rendita italiana» Storia (a ostacoli) dei bond perenni

L’ingegneria finanziaria messa sul tavolo della troika dal premier greco Alexis Tsipras e dal suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha per certi aspetti un sapore antico. Atene propone di scambiare una parte del debito detenuto dai governi con bond indicizzati all’andamento dell’economia e bond «perpetui», cioè titoli di Stato senza scadenza e senza rimborso. Uno strumento «inventato» dagli inglesi nel Settecento.
Due secoli dopo, anche il Regno d’Italia aveva i propri perpetual bond , chiamati «Rendita italiana». Venendo all’oggi, stanno trovando un certo successo tra le banche, specie dopo Basilea 3 che impone vincoli patrimoniali più stringenti. Sono strumenti ibridi che uniscono in sé le caratteristiche dell’obbligazione (staccano una cedola) e delle azioni (in caso di default seguono le regole di rimborso della società emittente).
Il primo bond perpetuo della storia fu emesso nel 1720 per coprire le perdite causate dalla bolla speculativa sulla Compagnia dei Mari del Sud, la società che era stata fondata per rilevare il debito pubblico inglese, in cambio del monopolio sui commerci con le colonie sudamericane della Spagna. Londra si servì di questo strumento anche nell’Ottocento per finanziare le guerre contro Napoleone, per aiutare la nascita della Bank of England o per far fronte alla grande carestia irlandese delle patate. Fino ai tempi più recenti. Il 9 marzo prossimo il Tesoro britannico rimborserà quello che resta di un perpetual bond da 1,9 miliardi di sterline emesso nel 1932 dal cancelliere Neville Chamberlain per rifinanziare un debito della Prima guerra mondiale collocato nel 1917 con lo slogan: «A differenza dei soldati gli investitori non corrono rischi». È il più popolare titolo di Stato inglese, in mano a più di 120 mila risparmiatori, di cui circa 97 mila possiedono una tranche sotto le mille sterline e almeno 30 mila sotto le 100. Secondo l’ufficio del governo per la Gestione del debito, Londra ha già pagato circa 5,5 miliardi di interessi dal 1917.
Dei perpetual bond italiani, è rimasta nella memoria la Rendita italiana 5%, che fu convertita dal governo Giolitti – come ricorda Gianni Toniolo, storico dell’economia e docente della Duke University e della Luiss – nel 1906 con corrispondenti titoli al 3,5%: la conversione fu su base volontaria ma i nuovi titoli furono sottoscritti in massa. Anche l’Italia se ne servì per finanziare la guerra. Nel 1935 furono emessi titoli perpetui per 42 miliardi di lire per la campagna d’Etiopia: prezzo 95 lire per ogni 100 di valore nominale, con un interesse annuo del 5%, a fronte di un’inflazione ben più alta, pagato ogni sei mesi a gennaio e luglio. Solo una legge del 1981 ha annullato l’«irredimibilità» della rendita italiana. Ora i titoli di Stato italiani a scadenza più lunga sono i trentennali. La durata del debito è fondamentale per la stabilità dell’emittente. «Uno dei punti di forza dell’Italia rispetto alla Spagna nel secondo semestre 2011, in piena crisi – spiega Andrea Resti, professore di Credit Risk all’Università Bocconi – era la durata media di 7 anni del nostro debito».

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