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Dai redditi al turismo i 20 divari del Sud da superare con il Pnrr

Solo tre donne ogni dieci lavorano nel Mezzogiorno, contro sei su dieci al Centro Nord. Nel reddito disponibile delle famiglie il divario territoriale tocca il 38% e la spesa sociale dei Comuni al Sud è pari a 78 euro pro capite rispetto ai 147 euro spesi nel resto del Paese. Le presenze turistiche per chilometro quadrato, infine, nonostante il potenziale del territorio, sono circa un terzo nel Meridione.

Le statistiche misurano così, con alcuni indicatori territoriali emblematici, raccolti dal Sole 24 Ore grazie alla collaborazione dell’istituto Tagliacarene, le distanze tra Nord e Sud del Paese che il Piano nazionale di ripresa e resilienza intende “accorciare” nei prossimi anni. La riduzione dei gap territoriali è uno dei tre obiettivi trasversali da raggiungere con gli investimenti delle varie missioni del Pnrr, ma deve fare i conti con una situazione di partenza che ha radici nel passato.

Con una ricchezza prodotta quasi dimezzata rispetto al Centro Nord, il Mezzogiorno riflette un mix di ritardi che i recenti investimenti sono riusciti solo in parte a colmare. «Negli ultimi dieci anni i cambiamenti non sono stati così tanti: nelle statistiche non si rilevano grandi passi in avanti fatti con l’arrivo dei fondi strutturali europei», afferma Gaetano Fausto Esposito direttore generale del centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne.

L’effetto pandemia

Neanche l’arrivo della crisi da coronavirus ha livellato questi squilibri. Sebbene i contagi abbiano messo in ginocchio prima di tutto il Nord del Paese, facendo crollare la speranza di vita ai livelli del Mezzogiorno (circa 82 anni alla nascita) così come altri indicatori, certe disuguaglianze strutturali invece stanno accentuando i divari sociali. «La crisi ha ampliato molte distanze che si sono consolidate nell’ultimo decennio, dall’istruzione alla sanità. Il calo delle nascite ad esempio è stato molto più marcato al Sud, come riflesso della mancanza di prospettive dei giovani», afferma il direttore generale dello Svimez, l’economista Luca Bianchi.

La forbice territoriale

Le asimmetrie che dividono il Paese sono diverse. C’è innanzitutto un’asimmetria settoriale. Se la ripresa economica post pandemia parte dall’industria dei beni e mostra i suoi primi segnali nella manifattura, a soffrire invece sono soprattutto i servizi. I più sfavoriti dall’impatto del virus sono i comparti legati ai consumi delle persone (e, quindi, agli spostamenti delle persone limitati per contenere i contagi), come il turismo e la ristorazione. «E il Mezzogiorno in questo ambito è più penalizzato, essendo invece il Pil legato alla manifattura quasi inesistente», dice il direttore generale dell’istituto Tagliacarne.

C’è poi una asimmetria sociale, ben fotografata dall’indice di povertà assoluta che al Sud in alcuni territori registra picchi pari all’11% della popolazione residente, con un’incidenza media stimata per il 2020 del 9,3% (contro una media nazionale del 7,7 per cento). Un gap che resta, nonostante nell’anno della pandemia l’incremento maggiore della povertà (+1,8%) si sia registrato al Nord, dove l’incidenza però si ferma al 7,7 per cento.

Questo è il riflesso di un tessuto imprenditoriale che nel Mezzogiorno sconta diverse fragilità. Il nanismo imprenditoriale emerge dal numero medio di addetti delle imprese extra agricole: 2,9 addetti contro i 3,9 del Centro nord. Ma anche dal fatto che solo il 60% delle imprese al sud ha un sito internet.

Non stupisce, quindi, che il rischio fallimento sia più accentuato al Sud. In base a un’indagine Svimez-Tagliacarne, su un totale di 73.200 realtà oggi a rischio chiusura, sono 20mila quelle attive nel Meridione. «Una parte delle neo-imprenditorialità locale ha trovato sbocco nei servizi, ma sono imprese poco digitalizzate e scarsamente innovative», aggiunge Esposito. E la crisi di queste imprese si traduce in un’emergenza sociale più marcata nel Mezzogiorno, accentuata dal fatto che sul territorio pesa anche la scarsa apertura internazionale. Qui la quota di export è in media del 12%, contro il 31% registrato altrove.

Infine gli indicatori statistici raccontano la presenza di una terza asimmetria, quella tra aree interne e agglomerati urbani. Anche se le grandi città, complice la densità abitativa, sono state le più colpite dai contagi da Covid-19, con pesanti riflessi sul tessuto imprenditoriale delle aree sviluppate, nel Mezzogiorno ci sono grandi zone meno urbanizzate sulla cui crescita, però, pesano gravi carenze infrastrutturali. «Lo smart working potrebbe favorire queste zone, ma solo quelle che sono attrezzate», commenta Esposito.

Il digital divide si concretizza in meno del 27% degli edifici coperti dalla rete fissa per l’accesso ultra veloce a internet. E l’alta velocità ferroviaria, completamente inesistente in alcune regioni del Sud, si stende per appena 0,9 km ogni 100mila abitanti.

L’opportunità del Pnrr

Il divario tra Nord e Sud, dunque, è molto articolato e i fondi in arrivo nei prossimi anni (si veda l’articolo nella pagina a destra) non vanno sprecati. «La dimensione degli investimenti- afferma Bianchi dello Svimez – potrebbe consentire un riavvicinamento, soprattutto sul fronte dei servizi e delle infrastrutture sociali. Ma bisogna superare la logica di assegnazione delle risorse per quote, fissando invece dei target territoriali da raggiungere e, di conseguenza, distribuire le risorse in base agli obiettivi».

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