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Dai flussi finanziari un’allerta per i sindaci

La crisi economica pone sempre maggiore attenzione al tema della continuità aziendale (going concern), che l’articolo 2423-bis del Codice civile definisce come «prospettiva di continuazione dell’attività» e lo Ias 1 come «capacità dell’entità di continuare a operare come un’entità in funzionamento». Un tema che ha acquisito una valenza centrale per l’organo amministrativo ma anche per il collegio sindacale, come ha più volte ricordato la giurisprudenza, ad esempio anche nella sentenza di Cassazione n. 13081/2013, sottolineando la responsabilità dei sindaci connessa all’omissione dei controlli volti ad impedire la prosecuzione dell’attività in mancanza dei requisiti per la medesima.
In particolare, il collegio sindacale – a maggior ragione se investito dell’incarico di revisione – deve monitorare la sussistenza dei requisiti di continuità aziendale e le azioni poste in essere dal Cda per verificarla e assicurarla (come peraltro ribadisce il paragrafo n. 11 delle norme di comportamento del collegio sindacale del Consiglio nazionale dei commercialisti).
Diventa quindi decisivo comprendere quali siano i segnali del possibile venire meno del going concern, ovvero – come ricorda l’Oic n. 5 in linea con il principio Ias 1 – «dell’azienda come complesso funzionante e destinato a continuare a funzionare almeno per i dodici mesi successivi alla data di riferimento del bilancio». Ed è lo stesso Oic 5 a esemplificare questi segnali, richiamandosi integralmente al principio di revisione n. 570:
– bilanci storici o prospettici che mostrano cash flow negativi;
– principali indici economico-finanziari negativi;
– incapacità di saldare i debiti alla scadenza.
Anche se l’Oic 5 ricorda come non tutti gli indicatori evidenziati nel paragrafo 7.2. siano «idonei a segnalare l’esistenza attuale di una “situazione di insolvenza” o di una “situazione di crisi d’impresa”, nel significato attribuito a tali espressioni dalle disposizioni di legge fallimentare», è evidente come buona parte degli stessi si proponga di misurare e prevedere i flussi finanziari dell’impresa e la sua capacità prospettica di far fronte alle proprie obbligazioni in un arco temporale razionalmente prevedibile.
Sindaci e revisori, in definitiva, devono saper dominare la materia dell’analisi di bilancio, sia per poter valutare al meglio le valutazioni degli amministratori sia per poter sviluppare autonome valutazioni ed analisi in caso di necessità, come da Pr n. 570. E che la stella polare di questa tipologia di controlli sia rappresentata dall’analisi dei flussi finanziari – per chi gestisce così come per chi controlla – riesce ancora più evidente dopo la recente emanazione nel mese di agosto del nuovo principio contabile n. 10 dell’Oic, specificamente dedicato al rendiconto finanziario. Principio che non si è limitato a dare autonomo spazio al tema del rendiconto finanziario (a suo tempo disciplinato nell’ambito dell’Oic n. 12, relativo a composizione e schemi del bilancio di esercizio), ma ha innovato:
erafforzando la rilevanza a regime del monitoraggio della componente finanziaria, con la raccomandazione della redazione del rendiconto finanziario per le società che elaborano il bilancio secondo il Codice civile (redazione invece non espressamente richiesta dal Codice, nel cui ambito i richiami a indicatori di risultato finanziari rimangono quelli dell’articolo 2428, relativo alla relazione sulla gestione);
rmodificando tout court la risorsa finanziaria presa a riferimento per la redazione del rendiconto finanziario, ora rappresentata dalle disponibilità liquide e non più da quella del capitale circolante netto, ritenuta allo scopo meno significativa;
tintroducendo una serie di connesse specificazioni e indicazioni sulla nozione di flussi finanziari suddivisi, nel calcolo dell’incremento/decremento di periodo delle disponibilità liquide, in flussi della gestione reddituale, dell’attività di investimento e dell’attività di finanziamento.

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