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Dai dazi ai prezzi l’ottobre nero di Wall Street

Un paio di sedute in recupero gli ultimi due giorni di ottobre, una buona partenza a novembre, hanno soltanto ridotto un po’ i danni. È stato un ottobre nero sui mercati finanziari, quasi che gli investitori avvertano la fine di un’epoca. Per la precisione, l’epoca del Globalismo Felix: quando la crescita mondiale è stata alimentata dal commercio internazionale, dallo sviluppo delle economie emergenti, dalle nuove tecnologie, con un sovrappiù di supporto monetario e credito a buon mercato dopo la crisi del 2008. È proprio all’Annus Horribilis 2008 che bisogna risalire per ritrovare un ottobre così brutto a Wall Street, se misurato con le perdite dell’indice ampiamente rappresentativo S&P500. Non solo le azioni hanno perso valore. Come effetto meccanico e ineluttabile del rialzo dei tassi, pesanti perdite hanno colpito il valore capitale dei bond, inclusi i più sicuri di tutti: i Treasury Bond americani hanno ridotto il proprio valore di quasi un decimo, il calo più grave dal 1970. Sicché un tipico portafoglio d’investimento composto per il 60% di azioni e per il 40% di bond è in negativo dall’inizio dell’anno.
Le cause del cambiamento di clima sono tante. Tra queste si segnala da ultimo anche il ritorno di inflazione. Non è una cattiva notizia di per sé: dopo un decennio di deflazione, che aveva fatto seguito ad un altro decennio di disinflazione, il ristagno dei prezzi era diventato un sintomo patologico. Dietro la calma piatta si nascondevano fenomeni negativi: lo “sconto cinese” era causa di impoverimento della classe operaia americana; disoccupazione e debolezza contrattuale deprimevano la dinamica salariale; alti debiti trattenevano la ripresa dei consumi; più il problema della “stagnazione secolare” della produttività.
Adesso qualcosa si muove. Il Wall Street Journal ha costruito un’ampia rassegna delle aziende che alzano i prezzi: spazia dalle compagnie aeree alla Coca Cola, dal produttore di cereali e merendine Kellogg agli hamburger MacDonald, fino ai nuovi computer MacBook di Apple. Alcuni sono rialzi motivati dal rincaro delle materie prime come il petrolio: le compagnie aeree pagano il kerosene il 40% più di un anno fa. Altri sono dovuti all’entrata in vigore dei dazi sulle importazioni, che pesano su acciaio e alluminio. Poi ci sono le aziende che citano l’aumento del costo del lavoro. O quelle che semplicemente usano la ripresa del potere d’acquisto dei consumatori americani per aumentare i margini di profitto.
Tutto ciò avvicina l’inflazione Usa a quel 2% annuo che è l’obiettivo proclamato della Federal Reserve; ma per la stessa ragione conferma la tendenza al rialzo dei tassi.
Quest’ultimo deprime le Borse sia perché è un costo aggiuntivo su imprese e consumatori, sia perché può preludere ad una recessione.
Tra le cause dell’ottobre nero una riguarda il settore tecnologico. Si è accelerato lo sgonfiamento di una bolla, che molti analisti seri denunciavano come pericolosa già da parecchio tempo. Il Nasdaq ha perso il 12% dal suo massimo di agosto. Anche gli indici più generali come S&P500 sono stati trainati al ribasso dal peso dei colossi digitali: Alphabet-Google, Amazon, Apple, Facebook, Netflix. Il solo titolo Netflix ha perso il 21% a ottobre, Amazon il 20%. Ma fino a settembre Amazon capitalizzava 160 volte i suoi utili, una valutazione irrealistica anche per un semi-monopolista.
L’elenco delle cause dell’ottobre nero deve includere il raffreddamento della crescita mondiale: dalla Cina alla Ue si moltiplicano i segnali di una frenata. In parte sono legati al protezionismo, in parte all’eccesso di debiti accumulati negli anni della moneta facile.
Questo è l’altro fattore importante. Si ritira l’alta marea dei dollari creati durante il “quantitative easing”, e i debitori soffrono. Anche le aziende di colpo fanno più fatica a collocare i bond tra gli investitori.

Federico Rampini

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