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Dai beni ai soci al redditometro. Quando il diritto non è più certo

Se c’è un settore dell’ordinamento giuridico nel quale l’assenza di certezza del diritto esplica appieno i suoi effetti negativi questo è il diritto tributario. In questo ambito infatti le norme incerte che lasciano ampio spazio all’interprete possono generare effetti distorsivi e sperequativi in grado di minare alla base i fondamentali precetti sui quali il sistema tributario stesso si fonda.

Nel diritto tributario, tenuto conto del principio costituzionale della riserva di legge, il margine di discrezionalità consentito dalle norme dovrebbe essere il più ridotto possibile o addirittura del tutto assente, in modo da ridurre al minimo o azzerare tale discrezionalità e il margine di interpretazione della norma stessa.

Il proliferare delle norme fiscali alla continua ricerca di basi imponibili e di gettito non ha certamente contribuito ad acuire il problema della certezza del diritto.

Nella tabella in pagina sono evidenziati alcuni esempi di norme tributarie incerte, fonti di continui procedimenti a carico dei contribuenti che si risolvono o in via amministrativa tramite procedure di adesione o conciliazione, o in via giurisdizionale con il ricorso alle commissioni tributarie.

Ovviamente oltre ai casi elencati in tabella vi sono molte altre norme tributarie che si caratterizzano per l’incertezza di fondo e per l’impossibilità di poter determinare con certezza e in anticipo, il gravame fiscale attribuibile a un certo atto o comportamento posto in essere dal soggetto passivo.

Paradossalmente in alcuni casi è lo stesso legislatore che anziché risolvere le principali incertezze normative agisce a valle delle stesse impedendo, o rendendo comunque più ardua, la difesa e la tutela contro le stesse come è avvenuto, ad esempio, con l’introduzione del reclamo e della mediazione per gli atti di valore non superiore ai 20 mila euro.

Ciò premesso vediamo brevemente quali problematiche vengono generate da norme prive della certezza come quelle sopra ricordate tenendo ben presente il principio fondamentale secondo il quale minore è il margine di discrezionalità della norma, maggiore è la certezza del diritto nella sua applicazione e interpretazione.

Prendiamo in considerazione la tassazione ai fini del tributo di registro degli atti di compravendita immobiliare.

Qui a seguito di una serie di precise scelte legislative, la situazione è completamente diversa a seconda che oggetto dell’acquisto sia un immobile ad uso abitativo oppure un immobile destinato ad altri usi (commerciali, produttivi, etc.).

Se infatti in linea generale l’articolo 43 del dpr 131/86 prevede che la base imponibile ai fini del tributo di registro sia costituita dal valore del bene, per le sole cessioni di beni immobili ad uso abitativo effettuate tra persone fisiche che non agiscano nell’esercizio di attività d’impresa o di lavoro autonomo, la base imponibile è costituita dal valore catastale dell’immobile, indipendentemente dal corrispettivo pattuito dalle parti in atto.

Naturalmente da detta distinzione di base imponibile deriva direttamente anche una più o meno ampia discrezionalità tecnica da parte dell’ufficio che nel primo caso potrà rettificare il valore dichiarato dalle parti in atto sulla base di atti similari aventi ad oggetto gli stessi immobili o tipologie analoghe, mentre nel secondo caso l’ufficio non potrà disconoscere il prezzo-valore dichiarato a meno che lo stesso non sia inferiore al valore catastale automatico.

Nel primo caso dunque il costo fiscale dell’operazione di acquisto risulta solo parzialmente determinato. Quanto pagato in sede di stipula potrebbe poi formare oggetto di rettifica da parte dell’ufficio generando a sua volta estenuanti procedimenti amministrativi e contenziosi. Nel secondo caso invece i contraenti, salvo errori materiali di calcolo del valore sempre possibili ma evidentemente del tutto marginali, avranno esattamente contezza, fin da subito, del costo fiscale dell’atto.

Il risultato di questo diverso trattamento tributario di situazioni pressoché analoghe porta con sé tutta una serie di considerazioni che valgono per tutte le norme fiscali prive di certezza.

La prima considerazione che dobbiamo fare è che a fronte dell’incertezza sull’entità del tributo dovuto e all’eventualità di un contenzioso, purtroppo sempre più frequente in epoche di budget prefissati sui volumi di accertamento, le parti possono decidere di non concludere l’affare.

Esempi di tali comportamenti che finiscono per generare contrazione degli scambi e più in generale dell’economia, ne abbiamo a non finire. Si pensi, tanto per fare un esempio, alla diminuzione drastica degli acquisti di auto di grossa cilindrata per il timore di incappare nelle maglie del redditometro di seconda generazione che continua a rimanere a tutt’oggi un oggetto tanto temuto quanto misterioso.

La seconda considerazione che dobbiamo fare di fronte a norme tributarie incerte riguarda invece la possibilità offerta al legislatore di porvi un immediato rimedio.

Si pensi, solo per un attimo, all’infinito contenzioso generato dalla verifica in ordine alla sussistenza dei requisiti di autonoma organizzazione quale presupposto impositivo dell’imposta regionale sulle attività produttive. Non passa giorno in cui non vi sia notizia di qualche commissione tributaria che abbia preso specifica posizione sulla sussistenza o meno di tale requisito nei più disparati settori di attività professionale e imprenditoriale. Sulla scorta di quanto avvenuto due decenni or sono in tema di imposta locale sui redditi il legislatore, con una semplicissima modifica normativa, avrebbe potuto risolvere alla radice il problema evitando il proliferare continuo di contenziosi tributari con i relativi costi a carico sia dei contribuenti che della stessa amministrazione finanziaria.

In tale ottica non si può non menzionare anche il problema dell’abuso del diritto e della c.d. antieconomicità dei comportamenti d’impresa. Senza una chiara e definitiva presa di posizione del legislatore sulla complessa problematica si continuerà ad assistere al proliferare di avvisi di accertamento che contestano operazioni e atti economici più disparati che finiscono per minare alla radice sia l’iniziativa economica che la libertà d’impresa.

In conclusione non si può non sottolineare nuovamente e con rinnovato vigore come l’incertezza del diritto sia fonte di alti costi economici a carico sia del singolo contribuente che dell’intera collettività.

Eccolo un tema dove la c.d. spending review potrebbe davvero intervenire con efficacia e successo. Ridurre i costi del sistema tributario gravanti sullo Stato a causa dell’incertezza delle norme giuridiche.

Una tale revisione darebbe evidente vantaggi non solo alle finanze statali ma anche e soprattutto all’intero sistema tributario.

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