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Dagli angeli un tesoretto di 800 milioni

S i chiamano fra loro «investitori informali», sono i business angel italiani. Di basso profilo, cioè spesso timorosi di far sapere i fatti loro, stanno investendo nelle nuove aziende, e in quelle che si augurano siano buone idee, somme variabili fra i 30 mila e i 500 mila euro. Da loro, e dai fondi di venture capital — visto il persistente blocco del credito bancario — può venire l’aiuto finanziario alle start-up innovative oggetto del decreto Passera, atteso per la conversione in legge entro la settimana prossima. C’è, infatti, un tesoretto di 800 milioni da investire, sul triennio, per le imprese innovative: 600 milioni dai fondi di venture capital e 200 circa dai business angel, gli angeli degli affari, che anche in Italia ora si stanno organizzando. La vera novità.
Dal web allo spazio
La cifra è la somma del denaro pronto da investire di entrambi. I 600 milioni del venture capital — cioè dei fondi che investono nella fase iniziale dell’impresa, l’«early stage» — sono soldi effettivamente in portafoglio, stima l’Aifi, associazione del private equity: cioè sono stati raccolti e attendono di essere spesi (è il 10% dei 6 miliardi di tutto il private equity). I 200 milioni dei business angel sono invece una cifra indicativa, elaborata con Tommaso Marzotto, segretario generale di Iban, l’Istituto dei business angel (si è ipotizzato un investimento medio di 50 mila euro, per 400 potenziali operatori interessati). Il problema è che qui (anche per ragioni fiscali) c’è scarsa trasparenza, essendo gli investimenti individuali.
L’anno scorso, dice la prima indagine congiunta «Early stage 2012» firmata da Vem, Iban e Bird & Bird, i business angel italiani sono entrati in 149 aziende con 21,2 milioni di euro e i fondi di venture capital in 64 imprese con 50 milioni: in tutto, per le «new company» sono stati investiti 71,2 milioni. La cifra è destinata a salire. «Si guardano aziende del settore biomedicale e nelle attrezzature mediche — dice Anna Gervasoni, direttore generale Aifi e presidente del Venture Capital Monitor (Vem) dell’Università Cattaneo di Castellanza —. Ci sono poi ancora opportunità nell’Ict e in Internet, ma anche nell’industria con l’aerospaziale o le macchine utensili innovative».
Tra i venture capitalist, chi si è mosso di più negli ultimi tre anni (fonte Vem) è Amedeo Giurazza con la sua Vertis, partecipata al 50% dal dipartimento per l’Innovazione della presidenza del Consiglio: 14 operazioni. Secondo e terzo a pari merito sono Massimo Abbagnale con la Sici e Andrea Di Camillo con Principia-ex Quantica (13). Seguono l’Imi Fondi Chiusi di Davide Turco (gruppo Intesa) e la Digital Investment di Gianluca Dettori con nove, quindi la Tt Venture di Giuseppe Campanella (Fondazione Cariplo), l’Innogest di Claudio Giuliano, la 360 Capital Partners di Fausto Boni e la ZernikeMeta di Luigi Amati con sette ciascuno. Nomi poco noti al grande pubblico, che però hanno già guadagnato i riflettori. Investono oltre il milione di euro e con la logica del fondo, raccogliendo quindi capitali altrui.
Jody Vender e gli altri
Più difficile è scovare i business angel nostrani. Nella classifica precedente sono presenti aggregati con Italian Angels for Growth (11 operazioni): investimenti in cordata e un inatteso Jody Vender tra i fondatori (oltre a Francesco Marini Clarelli, già consigliere in Exor). Quanto ai singoli operatori, ne abbiamo individuati cinque, con Iban: Massimiliano Cagliero, Marco Biglino, Marco Bicocchi Pichi, Gianluca Frigerio e Gianni Pavesi (vedi tabella). Ex imprenditori, consulenti, manager, usano capitali propri, stanziano fra i 50 mila e i 500 mila euro per operazione e hanno propensione al rischio, visto che su dieci start-up «cinque spariscono, tre vivacchiano, una va bene e una fa il botto», dice l’ex Permira Gianluca Andena, figura di confine che destina sì circa 600 mila euro a operazione, ma investe in compagnia d’altri (Guido Carissimo, Marco Pittini e Guido Gamucci). È entrato in cinque start-up, fra cui Bookrepublic (100 mila utenti registrati) e Klikkapromo (14 mila visite al giorno). Si definisce «business angel evoluto con approccio industriale» (e fa eccezione per trasparenza).
Frigerio ha appena disinvestito in una decina d’imprese e ha 100 mila euro freschi da ricollocare: «Cerco tre aziende per investire 40 mila euro in ciascuna, o cinque dove entrare in cordata. Mi interessano i servizi tecnologici legati al turismo». «Sto guardando a due start-up, nel vetro e nella componentistica auto», dice Biglino che firmò il risanamento di Superga per Vender: ha 100 mila euro da investire e in portafoglio la Bertone Glass che ha chiuso la cassa integrazione a ottobre. Bicocchi Pichi cerca start-up di Internet e porterà la sua Alleantia alla fiera Le Web Paris. Cagliero ha investito un milione e mezzo in start-up (fra l’altro in Banzai) ed è ora concentrato sulla sua ultima creatura, Supermoney.eu, un comparatore di prodotti finanziari: «Invece di comperarmi la barca preferisco dare 100 mila euro a un imprenditore — dice — . Bisogna permettere alle aziende di partire e anche di fallire, come in Usa». «Mi piacciono le idee su food, ospitalità, design, arte», dice infine Pavesi che sta per mettere un milione con due soci «in un’attività del legname in Piemonte per applicazioni nelle costruzioni o in architettura». Finora ha investito in Germania «perché lì sai esattamente quanto devi pagare d’imposta», ora guarda all’Italia: «La legge sulle start-up è un cambiamento del punto di vista». Anche sulla trasparenza, si spera.

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