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Da Unicredit a Fiat, da Pirelli a Recordati il crollo della lira turca minaccia i bilanci

MILANO — «Perché investire in Turchia? Perché ci sono meno rischi che in Italia». Il mantra con cui società quotate a Piazza Affari (da Unicredit alla Fiat) ma anche Pmi e aziende votate all’esportazione hanno giustificato i loro massicci investimenti nell’eterna “fidanzata” dell’Unione Europea rischia di non essere più valido. La brusca frenata della lira turca – meno 10 per cento dal febbraio scorso – sta mettendo in crisi una economia che nell’ultimo quinquennio ha regalato tassi di crescita compresi tra il 7 e il 9 per cento, mentre per fine 2013 ci si attende “solo” un più 4 per cento. Fino al 2010, la Turchia è stato il quinto Paese al mondo per sviluppo, subito dopo i Brics, e al diciassettesimo complessivo: un boom testimoniato dalla galoppata della Borsa di Istanbul che ha guadagnato l’80 per cento di capitalizzazione tra la metà 2011 fino ai massimi storici del maggio scorso. Successo che le aziende italiane hanno cavalcato: in 10 anni le nostre società in Turchia sono passate da 200 a 975. E l’importexport tra i due Paesi ha raggiunto i 23,9 miliardi di dollari, in Europa secondo soltanto alla Germania.
Ma dalla primavera i rischi ci sono eccome. Perché i primi segni di fragilità dell’economia si sono trasformati in un crollo degli indici, accelerato dalla polemiche internazionali sugli interventi repressivi dell’esercito. Soprattutto per la rovinosa caduta della lira turca, che non ha fermato la sua corsa al ribasso – nei confronti di dollaro ed euro – nemmeno dopo gli interventi della banca centrale che soltanto l’altro ieri ha iniettato nel sistema 350 milioni e il 20 agosto ha alzato i tassi dal 7,25 al 7,75 per cento. Anche per frenare una inflazione che a luglio ha raggiunto il 9 per cento.
Una traiettoria comune alle monete di altri Paesi emergenti (il più clamoroso quella della rupia indiana) che ora potrebbe costare non poco ai bilanci alle società italiane con una forte esposizione in Turchia, a causa della svalutazione della moneta. A partire proprio da Unicredit: ha rilevato il 41% di Yapi Kredi, istituto con 860 sportelli e quasi un miliardo di utile.
Investimento di tutto rilievo, visto che vale il 16% della capitalizzazione di Piazza Cordusio, e che l’istituto ha in pancia 3,3 miliardi di titoli di Stato turchi e prestiti per 15 miliardi. C’è poi Fiat: fin dal 1971 è presente nel Paese con la joint venture Tofas, principale costruttore di automobili, oltre che in Turk Tractor, macchinari agricoli, a sua volta leader di settore.
Pirelli dispone, invece, di uno stabilimento di pneumatici per il 60% votato all’export, con un fatturato di 1,2 miliardi di lire turche e 1.900 dipendenti. Un elenco che prosegue con Recordati, casa farmaceutica milanese, che ha varato un investimento da 35 milioni di dollari per la sua controllata turca acquistata per 110 milioni nel 2010 e che ormai rappresenta il 7 per cento del suo fatturato. Dello sviluppo infrastrutturale del Paese ha approfittato Astaldi: in joint venture con il gruppo turco Ictas realizzerà il terzo ponte sul Bosforo (10 anni di lavoro per un costo di 4,5 miliardi di dollari). Lo stesso capo economista di Unicredit per l’area Europa-Medio Oriente ed Africa non nasconde che il problema è «la sostenibilità della bilancia dei pagamenti». E il pericolo è quello «di una fuga di capitali». Ma anche viceversa: il caro-euro potrebbe congelare gli investimenti turchi in Europa e in Italia, dove si sono appena resi protagonisti acquisendo prima la calzature di Lumberjack e poi il cioccolato di Novi. E anche questo potrebbe essere un guaio.

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