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Da Tremonti a Brancher e Grilli ecco la rete politica di Ponzellini

In principio fu l’investitura dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È con questa benedizione che Massimo Ponzellini avrebbe scalato il vertice della Popolare di Milano, riuscendo col suo braccio destro, Antonio Cannalire, a mettere le mani sulla banca. Da qui bisogna partire per comprendere la rete politica costruita intorno all’istituto di credito dal 2008, anno dell’elezione di Ponzellini, fino all’arresto avvenuto per opera della procura di Milano lo scorso 29 maggio.
A rivelare il nume tutelare di Ponzellini è l’onorevole Ugo Sposetti, ex tesoriere del Pd. L’11 novembre in una telefonata con Raffaele Ferrara, direttore dei Monopoli di Stato e intercettato per i prestiti facili concessi dalla Bpm alle società impegnate nel gioco d’azzardo, Sposetti spiega di aver conosciuto Ponzellini come socio dell’Unità e aggiunge che «è stato nominato – si legge nel brogliaccio della Guardia di Finanza – presidente di Bpm da Tremonti, il quale quindi gli avrebbe promesso di ricoprire tale ruolo anche se di ciò dice di non avere documentazione ufficiale, ma afferma che a naso è così, in quanto si tratta di una banca del Nord».
Il conto che Tremonti presenta a Ponzellini si chiama Marco Milanese, aiutante di campo dell’ex ministro, una sorta di caposcorta che nei fatti si occupa anche di vicende delicate. Il suo nome è comparso più volte come indagato nell’inchiesta sulla P4, mentre nel mondo politico Milanese era noto per essere il referente delle società del gioco d’azzardo. Nel 2009 a lui sarebbe toccato il compito di far recepire nel cosiddetto decreto Abruzzo, la normativa relativa alle slot machine di ultima generazione, sulle quali molte società del settore erano pronte a scommettere. Tremonti era in cerca di nuove entrate fiscali per far fronte all’emergenza sismica. E il gioco d’azzardo era una buona fonte. Per poter investire sui nuovi giochi servivano però capitali freschi e la Bpm era pronta a concederli. Alla corte di Ponzellini arrivano le richieste della Bplus di Francesco Corallo, sul quale ora pende una richiesta di arresto della procura, della Sisal e di Almaviva. Secondo la tesi dei pm, Roberto Pellicano e Mauro Clerici, le società avrebbero versato o promesso commissioni a Ponzellini per ottenere i finanziamenti dalla banca.
Quanto valesse la presidenza in Bpm, lo spiega lo stesso Cannalire quando, parlando con la segretaria dell’ex ministro per lo Sviluppo, Paolo Romani, vuole fissare un appuntamento con l’onorevole del Pdl: «Mi dice il mio capo, Ponzellini, finché c’abbiamo una banca si può invitare stasera Paolo a cena». La cena non è senza scopo, perché l’ex ministro si spende con Cannalire per finan-
ziare non una società del gioco d’azzardo, ma Ilaria Sbressa e il suo canale digitale Abc. Lo stesso tipo di richieste arrivano a Cannalire dall’ex ministro Ignazio la Russa e dall’onorevole Daniela Santanché. Del resto Romani, plenipotenziario del Pdl in Lombardia, non è nuovo ai rapporti con i vertici delle banche del Nord. Ai tempi dei furbetti del quartierino e della Popolare di Lodi era salito all’onore delle cronache insieme con altri due ex clienti di Gianpiero Fiorani, Roberto Calderoli (Lega Nord, ex ministro per la semplificazione) e Aldo Brancher, uno dei più brevi ministri della storia (all’attuazione del Federalismo), condannato a due anni, poco dopo la sua nomina, per ricettazione e appropriazione indebita proprio nell’inchiesta
sulla scalata della Popolare di Lodi ad Antoveneta. E forse non è un caso che tramontata la stella di Fiorani, Calderoli e Brancher si siano ritrovati alla corte di Ponzellini. Il primo parla con Cannalire per sponsorizzare una società, la Fincos, e insieme con il secondo si preoccupa di organizzare un incontro romano tra il leader della Lega, Umberto Bossi e lo stesso Ponzellini. È il 6 luglio quando Cannalire dice di aver parlato con il senatore Calderoli, che chiede: «Ma avete avvisato Bossi?». Alla serata parteciperà anche Brancher, da sempre considerato un ufficiale di collegamento tra la Lega e il Pdl. I buoni rapporti di Ponzellini con la Lega sono confermati da un altro episodio, certificata dalle intercettazioni della Guardia di finanza, la mancata elezione a ottobre 2011 del magistrato Giovanni Tinebra a procuratore capo di Catania. Per ottenere i voti necessari e garantirsi l’appoggio della Lega, l’attuale procuratore generale di Catania aveva chiesto un aiutino a Ponzellini, conosciuto quando questi guidava il Dipartimento amministrativo penitenziario. Nelle numerose telefonate intercettate, Tinebra cercava di ottenere l’appoggio del membro laico della Lega al Consiglio superiore della magistratura, il professor Ettore Albertoni. Il 12 ottobre il magistrato chiama Cannalire e dice – si legge nel brogliaccio- «che mercoledì si voterà e se soggetto (Albertoni) non sarà messo in possesso, perderanno il voto». Albertoni alla fine voterà per Tinebra, ma Tinebra non otterrà la carica. La capacità di Ponzellini di arrivare, là dove molti non riescono, emerge nel caso Grilli, il candidato di Tremonti, gradito anche a Bossi al vertice di Banca d’Italia. Ai tempi Vittorio Grilli era il direttore generale del Tesoro e conosceva da tempo Ponzellini. Al telefono i due usano un tono colloquiale, tanto che Grilli si rivolge a Ponzellini con un diminutivo, “Max” o “Massi”. Il problema per Grilli è ottenere l’appoggio, o quanto meno la non avversione, del centro sinistra. Ponzellini, bolognese, conosce bene quel mondo, per aver iniziato la sua carriera di boiardo di Stato con Romano Prodi e lo tranquillizza: «Su Bersani, noi chiamiamo. In banca abbiamo tanti dei suoi». Anche Grilli, tuttavia, non ce la farà, ma da lì a poco prenderà coll’avvento del governo Monti il posto di Tremonti al vertice del ministero dell’Economia.

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