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Da Psa una nuova scossa all’Europa

L’intesa cui la Peugeot sta lavorando con il Governo francese e la cinese Dongfeng dovrebbe fornire al gruppo transalpino un importante salvagente finanziario e rafforzare al tempo stesso la sua presenza in Asia, ma rischia paradossalmente di rendere ancora più accesa la concorrenza in Europa in un momento in cui i primi segnali di un miglioramento della congiuntura sono stati confermati dal +13% delle vendite di auto nel mese di dicembre.
Vediamo perché. Peugeot è fortemente sbilanciata sull’Europa, dove è numero due dopo Volkswagen e dove vende quasi il doppio rispetto a Fiat-Chrysler: 1,35 milioni di auto nel 2013 contro 740mila. È però piccola su scala globale, con 2,8 milioni di unità vendute l’anno scorso rispetto ai 4,4 di Fiat-Chrysler e ai 10 milioni dei big Toyota, General Motors e Vw. La forte presenza europea è stata finora un punto debole dei francesi, ma potrebbe diventare un fattore positivo nel momento in cui la domanda di auto nel Vecchio continente dovesse riprendersi in modo significativo; l’apporto di mezzi finanziari le permetterà ora di proseguire negli investimenti sia in Europa che in Cina.
I riflessi per il Lingotto
Cosa significa il rafforzamento di Peugeot per le altre rivali europee, e in particolare per la nascente Fiat-Chrysler? Il mercato europeo rimarrà fra i più competitivi e le probabilità di veder sparire un concorrente rimangono bassissime: negli ultimi dieci anni sono state date per morte prima la Fiat, poi la Opel, poi la Peugeot. Tutte e tre sono ancora in pista, anche se tutte e tre con i bilanci in rosso. L’ingresso di Parigi nel capitale di Peugeot rende meno probabile una drastica riduzione della capacità produttiva in Francia. Guardando ancora più lontano la quota statale del 15% – simile a quella che il Governo già controlla in Renault – faciliterebbe in futuro, se le cose dovessero precipitare, una soluzione franco-francese con la creazione di un unico campione nazionale. Cosa dirà la Ue dell’intervento statale in Peugeot? Se avverrà in parallelo all’arrivo dei cinesi, non ci saranno problemi a convincerla che l’operazione avviene a condizioni di mercato. Del resto, dei quattro grandi gruppi “generalisti” basati in Europa, già altri due vedono una presenza pubblica nell’azionariato: Renault e Volkswagen; l’unico a capitale interamente privato è Fiat.
La famiglia Peugeot, che ad oggi controlla ancora il gruppo – grazie al meccanismo dei diritti di voto doppi – con una quota del 25,5% del capitale, ha resistito per anni, anche con dissidi al suo interno, prima di aprire a un altro socio. I ripetuti contatti con Fiat non sono approdati a nulla, anche se le voci riemergono periodicamente, e l’alleanza siglata con Gm nel 2012 è stata derubricata a semplice intesa industriale; lo schema di accordo con i cinesi non esclude nuove partnership nel Vecchio continente. Ora i Peugeot si ritroveranno due soci, entrambi di peso. Il nodo più grosso da sciogliere sulla via dell’intesa è proprio quello dei poteri di gestione, con tre azionisti che dovrebbero avere quote del capitale quasi equivalenti. «Il leone a tre teste», come lo ha già soprannominato la stampa francese, non sarà facile da gestire.
La doppia invasione
Supponiamo che l’operazione vada in porto. Dal punto di vista cinese, Dongfeng punta alla tecnologia e al savoir faire Peugeot, cui potrà accedere molto più facilmente dalla stanza dei bottoni che non attraverso l’attuale joint venture in Cina; il primo sviluppo dell’alleanza potrà essere in altri Paesi emergenti, mentre è difficile immaginare un assalto all’Europa in tempi brevi. Nel medio termine si può immaginare un arrivo in Europa delle vetture low cost prodotte in Cina per i marchi francesi dalla joint venture Psa-Dongfeng – qualora la qualità raggiungesse standard adeguati al mercato europeo. Anche l’altro esempio di acquisizione cinese in Europa – la Geely che ha comprato Volvo – pensa in primo luogo ad espandere l’azienda svedese a Oriente. Quanto sia per ora lontana la minaccia cinese dal Vecchio continente lo indica indirettamente anche il recente Salone dell’auto di Detroit: per la prima volta da anni non è presente alla maggiore rassegna Usa alcuna vettura “made in China”.

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