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Da Nord a Sud il giro d’Italia della lunga crisi

«Ma cos’è questa crisi?» cantava nel 1933 l’artista napoletano Rodolfo De Angelis, quattro anni dopo che la grande recessione del ’29, attraversato l’Atlantico, raggiungeva l’Europa. Un ritornello – ripescato poi da Gigi Proietti – di grande attualità oggi, a quasi sette anni di distanza dalla bancarotta della Lehman Brothers nel 2008, che come un domino si è abbattuta sui mercati europei. Con effetti che ancora si avvertono, tanto che – purtroppo – è facile oggi rispondere alla domanda della canzone.
C’è addirittura l’imbarazzo della scelta tra le molte “spie” di emergenza accese sul cruscotto del Paese. Il Sole 24 Ore ne ha individuate dieci tra quelle che maggiormente possono interessare la vita e i bilanci delle famiglie, dai risparmi in banca ai disoccupati, dal reddito al costo delle case. Per ciascuno di questi parametri è andato a vedere qual è l’intensità della “luce rossa” sul territorio, misurandola in base alla dinamica provinciale nei sette anni. Fino a costruire, sulla base delle dieci performance, un vero e proprio indice di “resistenza” alla crisi (si veda la pagina a fianco) ricavato sui dieci parametri: dal Nord al Sud la crisi non ha fatto sconti, con Viterbo, Latina, Novara, Cosenza e Nuoro tra le più colpite.
Il reddito, i depositi in banca e i prestiti raccontano immediatamente le difficoltà economiche del Paese: se il Pil medio pro capite è calato di quasi il 2 per cento (elaborazioni Prometeia), in alcune realtà è arretrato in misura più decisa (a Rieti, Ascoli Piceno e Latina), in altre invece ha tenuto: Milano, ad esempio, già prima per valori assoluti, segna persino un progresso. Diminuito anche il ricorso all’indebitamento: il timore di non poter onorare i propri impegni (ma anche la minore disponibilità del settore creditizio a concedere finanziamenti) hanno tagliato del 7,4% l’importo medio dei prestiti personali (e di oltre un quarto in province come La Spezia, Teramo, Pistoia).
Disorientate e preoccupate, le famiglie – quelle con delle “risorse” – hanno preferito parcheggiare i risparmi in banca: i depositi pro capite sono cresciuti di quasi il 70%, percentuale che si è fermata però sotto il 30% in province come Forlì o Lodi e che è invece triplicata in altre come Potenza o Isernia.
Ma è il tasso di disoccupazione la spia che lampeggia con maggiore intensità: dal 2007 al 2013 l’indice medio nazionale è raddoppiato (dal 6,1 al 12,2%), destabilizzando anche aree che in passato potevano contare su indici inferiori alla media nazionale, come l’Emilia Romagna. Il rallentamento generale non ha salvato il Mezzogiorno dalle posizioni più drammatiche: a Napoli, Crotone ed Enna il tasso dei senza lavoro si aggira sul 25%.
In discesa pure i prezzi delle case, un trend dalla doppia interpretazione: se gli aspiranti compratori possono avvantaggiarsene, i proprietari vedono assottigliarsi il valore del loro investimento. Meno acquisti anche di beni durevoli (elettrodomestici, mobili e informatica), con una spesa calata mediamente del 18%, con picchi in zone del Nord Est (Belluno, Rovigo, Venezia). E immatricolazioni quasi dimezzate. Anche lo scontrino in farmacia si è ridimensionato. Quanto all’ambiente può tirare un respiro di sollievo: la spending review familiare e i minori consumi hanno alleggerito il sacco dei rifiuti.

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