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Da Equitalia al reddito minimo il cocktail della Grillonomics in cerca di un centro di gravità

Non ha una storia alle spalle il Movimento 5 Stelle, non ha un’ideologia, ma non ha neppure un programma di governo, in senso stretto, dell’economia. Perché è difficile individuare un filo che leghi le tante proposte di legge che i parlamentari grillini hanno presentato in quest’anno e passa di legislatura. C’è, piuttosto, un impasto informe, e a volte contraddittorio, di idee di destra e di sinistra, seguendo il tradizionale asse di divisione della politica. E ancora: di neopauperismo e neoambientalismo; di ribellismo generazionale e di conservatorismo populista; di difesa esasperata del locale, al confine con l’autarchia, e di spinta al digitale globale; di esaltazione dell’individuo e di rivitalizzazione dell’intervento pubblico nell’economia. Il collante è l’essere contro. C ontro le banche, contro le multinazionali, contro le grandi imprese, contro le grandi opere infrastrutturali (meglio la piccola manutenzione del territorio), contro la finanza di progetto, contro le privatizzazioni, contro l’Europa tecnocratica, il fiscal compact e la moneta unica; contro i negozi aperti la domenica, contro la flessibilità nel lavoro. Contro. C’è l’abolizione dell’Irap per le mini- imprese, l’abolizione di Equitalia, l’abolizione dei contributi pubblici alle scuole private e all’editoria. È come se prendesse corpo una sorta di “economia del nostro scontento” oppure di “economia degli scontenti”. I tanti, in fondo, che anche ieri hanno votato per il movimento populista, interclassista e ormai intergenerazionale del comico-politico Beppe Grillo e del manager-politico Gianroberto Casaleggio. Non c’è la decrescita felice di Serge Latouche ma un appeasement alla stagnazione permanente, sì. Un cambio di paradigma del capitalismo, lo chiamano i grillini. Che però – è evidente – il monumentale “Le Capital au XXIe siècle” di Thomas Piketty non hanno avuto ancora modo di leggere. Forse non sarà la mega patrimoniale globale proposta dall’economista francese neokeynesiano che ha sedotto gli Stati Uniti a farci uscire dalla lunga crisi ma nemmeno le proposte di “light economy” immaginate nel blog di Beppe Grillo.

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Il perno della proposta economica dei portavoce grillini è costituito dalla difesa delle piccole imprese del made in Italy. Il che spiega pure il dilagante consenso che è progressivamente arrivato dalle regioni del nord est orfane della Lega prima maniera e del successivo forzaleghismo imbastardito. Con un risentimento nei confronti dello Stato centrale che tuttavia è rimasto identico. È una ricetta controcorrente, quella dei 5 Stelle, soprattutto per l’ostilità che esprime nei confronti della grande industria. Nemmeno il Censis pensa più che piccolo sia bello. La Banca d’Italia (quella che i pentastellati vorrebbero tutta pubblica senza alcuna partecipazione privata) segnala da tempo come proprio come la diffusione delle piccole imprese costituisca un handicap per il nostro sistema produttivo che si traduce in meno produttività, meno ricerca, meno innovazione, meno investimenti. E dunque anche meno lavoro, soprattutto lavoro qualificato. Il modello tedesco, d’altra parte, ha imboccato ben altra via. E ha vinto in termini di crescita del Pil, dell’occupazione e pure dei redditi. E qui le politiche di integrazione monetaria c’entrano ma solo in parte.

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Dunque le piccole imprese. La proposta del parlamentare Mattia Fantinati (ingegnere veronese) prevede l’abolizione totale dell’Irap per le imprese fino a 10 dipendenti e due milioni di fatturato. Un’operazione che costerebbe 3,5 miliardi che il Movimento propone di coprire con un taglio ai sostegni pubblici alle imprese sostanzialmente seguendo la traccia del bocconiano Francesco Giavazzi che, incaricato dal governo Monti, individuò in almeno 10 miliardi gli aiuti da abolire per sostenere un taglio significativo del cuneo fiscale e contributivo che frena la competitività delle nostre aziende. Strettamente connessa con il sostegno fiscale alle piccole imprese è l’idea di Sebastiano Barbanti (eletto in Calabria) di dare vita a un albo di banche regionali, per rimuovere il blocco all’accesso al credito, con Statuti molto rigidi così da trasformarle in qualcosa di simile alle banche etiche: investimenti in bond ad alta garanzia e stop alle speculazioni finanziarie. In cambio sconto sull’Ires in base al credito erogato da parte delle banche che potremmo definire “di prossimità”. Si tratta di proposte ragionevoli. Una goccia nel mare della grande crisi, però. Quasi un’estraneazione rispetto alle strettissime interconnessioni della finanza globale. Una sorta di micro autarchia bancaria. Dunque non certo in grado di far ripartire l’apparato produttivo, la domanda interna, gli investimenti in innovazione e ricerca, di rifar volare il “calabrone” italiano. E pur tuttavia è una proposta di legge coerente con una cultura antisviluppista, concentrata sul dinamismo territoriale, orientata sulle micro-misure economiche, che guarda a un lento presunto cambiamento del paradigma economico. C’è una cultura antagonista, d’altra parte, che permea l’insieme del Movimento (è questa la sua ragione d’essere) e finisce in buona parte delle proposte legislative dei parlamentari, sotto forma di iniziative legislative, emendamenti, interventi ostruzionistici. Basti pensare alla durissima battaglia sul decreto Imu per contrastare la rivalutazione delle partecipazioni delle grandi banche nel capitale della Banca d’Italia.

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Sull’opposizione ai grandi soggetti dell’economia (imprese, banche, finanzieri e in qualche modo anche Confindustria) il M5S ha preso il posto della Lega Nord e pure di Forza Italia prima versione. Stesso discorso può farsi sulla casa (divieto di pignoramento e di tassazione, in una proposta di legge Ruocco-Barbanti) e sul fisco, sul rapporto tra l’amministrazione fiscale e i contribuenti. La proposta di abolire Equitalia non stupisce da questa prospettiva: «Le modalità con cui Equitalia effettua la riscossione si sono rivelate strumenti vessatori nei confronti delle imprese, artigiani, commercianti e famiglie», si legge nella relazione della proposta di legge di cui è prima firmataria Azzurra Cancelleri (classe 1984, studente). L’idea è di abolire Equitalia per trasferire le sue competenze all’Agenzia delle Entrate, concentrando in un unico organismo l’accertamento dell’evasione fiscale e la riscossione. Al di là dei toni, anche il governo Renzi ha in cantiere la fusione Entrate ed Equitalia che già oggi sono presiedute dalla stessa persona, Attilio Befera, prossimo all’uscita per raggiunto limite d’età. Sempre in materia fiscale è stata presentata una legge costituzionale (proponente Carla Ruocco, classe 1973, tributarista, eletta nel Lazio) per inserire nella nostra Carta fondamentale alcuni dei principi già contenuti nello Statuto dei contribuenti: semplicità, trasparenza ed irretroattività delle norme tributarie, nonché i principi di buona fede e di collaborazione tra amministrazione e cittadini.

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«Per me, già nella prima Repubblica, i partiti avevano lo stesso peccato originale di oggi: destra e sinistra erano superate», ha detto Casaleggio in una lunga intervista a Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Eppure destra e sinistra convivono nelle proposte economiche-sociali grilline. Perché se guarda a destra la piattaforma fiscale nella quale una traccia della lotta all’evasione emerge solo nella proposta per l’introduzione della fatturazione elettronica (sempre Carla Ruocco, vicepresidente della Commissione Finanze della Camera), virano verso sinistra le proposte sul reddito di cittadinanza, sulla riduzione della precarietà, sui vincoli nell’uso dei contratti a tempo determinato, sul tetto alle pensioni d’oro (cinquemila euro con un meccanismo di progressività per tentare di superare le note obiezioni della Corte Costituzionale), sullo sblocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Destra e sinistra — hanno scritto Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini — sono le «due ali» del Movimento. All’origine del quale, infatti, ci sono i «transfughi» della sinistra, come documentano ne “Il partito di Grillo” Piergiorgio Corbetta ed Elisabetta Gualmini. Dunque c’è un tratto tradizionalmente di sinistra nella proposta del reddito di cittadinanza. È un istituto che appartiene alla cultura riformista europea. In Italia (a parte il caso isolato della Provincia di Trento) non c’è perché quella cultura a stento ha trovato ospitalità nel Secolo scorso e poi nel ventennio berlusconiano. Ci pensò Prodi ma non raggiunse il traguardo. Perché per ottenerlo, a parte le ingenti risorse, è necessario smantellare l’attuale complessa architettura degli ammortizzatori sociali. È quello che pensano si debba fare i pentastellati in Parlamento utilizzando per il relativo finanziamento le risorse destinate alla cassa integrazione, alla mobilità, all’indennità di disoccupazione. In tutto 19 miliardi, sostengono. C’è però da tener presente che attualmente sia la cig sia la mobilità, esclusi i casi cosiddetti “in deroga”, sono finanziate dai contributi delle imprese. Si può far pagare al sistema produttivo un istituto di sostegno al reddito universale? Inoltre, più che di un reddito di cittadinanza si tratta, come hanno opportunamente osservato Tito Boeri e Paolo Monti sul sito lavoce.info, di un reddito minimo garantito di circa 600 euro. Che i grillini pensano di destinare a tutti i cittadini (potenzialmente nove milioni di persone) maggiorenni che non hanno alcun reddito o un reddito (da lavoro, pensione o altra fonte) non superiore appunto a 600 euro. Si tratta cioè di colmare la distanza tra il reddito percepito e quota 600. Soglia che sale a mille euro per un nucleo composto da due persone; a 1.330 euro per un nucleo di tre e così via fino a 2.400 euro mensili per un nucleo di sette persone. E nell’elenco delle coperture (21 voci) c’è anche la spiegazione perché non si farà mai: tagli alla Difesa, rincaro delle tasse sul gioco d’azzardo, tagli alle pensioni d’oro, incremento della tassazione sulle rendite finanziarie, prelievo progressivo sui patrimoni (con esclusione delle prime case e dei beni strumentali d’impresa), aumento del bollo sui beni scudati e 500 milioni dal taglio dell’8 per mille destinato alla Chiesa. La grillonomics ha il fiato corto. Nella foto una delle numerose manifestazioni dei parlamentari del Movimento 5 Stelle alla Camera Beppe Grillo, leader del M5S

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