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Da Draghi l’ultimo sostegno alle banche fondi per quattro giorni

Alle banche greche altri tre o quattro di ossigeno, nella speranza che non tocchi anche stavolta ai governatori dell’Eurotower infilarsi nelle scarpe dei politici e coprire il cammino per loro. Ieri alla fine di una lunga, tesissima giornata, il consiglio direttivo della Banca centrale europea ha deciso di non staccare per ora la spina ad Atene. Gli istituti ellenici manterranno una linea di liquidità d’emergenza e questa viene persino allargata, ma del minimo indispensabile: il limite è stato portato da 65 a 68,3 miliardi di euro, dopo che la settimana scorsa il tetto era già stato ritoccato più generosamente da 60 a 65 miliardi.
Il dosaggio, calibrato al millimetro, corrisponde al finanziamento che serve alle banche greche per coprire fino a lunedì o martedì prossimi, mentre l’emorragia di risparmi dei clienti sta accelerando: in due mesi ormai sono usciti, in cerca di sicurezza, oltre 20 su 164 miliardi di depositi. La Bce dà alla Grecia giusto il tempo di negoziare con Bruxelles e Berlino fino a inizio della prossima settimana. Se dopo ci sarà l’accordo fra governi, quei prestiti saranno stati sufficienti. Altrimenti niente comunque potrebbe bastare. Poco più di due settimane fa il consiglio della Bce aveva deliberato di chiudere il sistema finanziario di Atene nella stanza dell’ossigeno artificiale. Ora lo conferma. Poiché resta in dubbio che Atene accetti un programma europeo di riforme, l’Eurotower non prende più in garanzia titoli di Stato ellenici per i suoi prestiti alle banche. E dato che i privati esteri non osano avere rapporti con la Grecia, per finanziare l’emorragia di risparmi agli sportelli bancari restano solo i prestiti di emergenza. Questi ultimi però hanno due caratteristiche. La prima è che accompagnano la Grecia ancor più in fretta verso il credit crunch e una nuova recessione, perché quei fondi vengono concessi alle banche a condizioni più costose degli ordinari. La seconda è che i prestiti formalmente ormai vengono solo dalla Banca di Grecia, mentre la Bce si limita ad autorizzarli. La Grecia è in un angolo, appesa a un filo.
L’Eurotower ha preso la sua decisione ieri a tarda sera, nel silenzio ufficiale. Non c’era motivo tecnico o legale perché chiudesse l’ultimo canale di alimentazione in euro grazie a cui funziona un’intera nazione. Ma quello di ieri a Francoforte dev’essere stato un incontro pieno di obiezioni, a giudicare dall’unica osservazione filtrata al termine: la liquidità di emergenza deve servire per le banche, non a finanziare i governi. È dunque ormai sbarrata la vecchia strada del Tesoro di Atene, che si è a lungo finanziato emettendo titoli comprati dagli istituti del Paese grazie ai fondi di emergenza presi dalla Bce. Le soglie massime di quel sistema sono raggiunte, da ora in poi è disabilitato. Tagliato fuori dai mercati internazionali, l’esecutivo di Alexis Tsipras può solo trovare un accordo con i governi europei per poter pagare gli stipendi il prossimo mese.
Nel silenzio e nelle azioni della Bce è evidente il desiderio di non dover decidere sul futuro della Grecia al posto dei politici. Ma sarebbe sorprendente se ieri all’Eurotower non si fosse parlato dello scenario opposto: che fare nel caso in cui il negoziato davvero fallisse e per la prima volta un Paese precipitasse fuori dall’euro in una caotica insolvenza. Continua a non essere lo scenario più probabile, ma sarebbe un precedente in grado di destabilizzare tutti gli altri Paesi fragili e indebitati della zona euro proprio ora che una ripresa è possibile. Se si dimostra che esiste un’uscita dall’euro, allora i mercati potrebbero chiedere tassi d’interesse più alti a tutte le economie deboli, per tutelarsi dal rischio che anch’esse imbocchino quella porta. Se la Grecia esce, il contagio finanziario prima o poi può ripartire e l’Italia sarebbe esposta.
Nessuno ne parla, ma è certo che nel mondo della Bce si sia iniziato a riflettere su come reagire a uno shock del genere. L’obiettivo è creare in tempi rapidi un cordone sanitario per isolare il contagio in arrivo da Atene, se tutto andasse per il peggio. Un possibile modo per farlo sarebbe accelerare i tempi dell’immissione di liquidità da 1.140 miliardi che la Bce ha già deliberato. Invece di acquisti per 60 miliardi di mese a partire da marzo, in teoria gli interventi potrebbero essere insensificati a centinaia di miliardi al mese. Di certo l’Eurotower ha gli strumenti per erigere una barriera, ma mai come stavolta sta sperando di non doverli usare. Non solo, ma anche, perché l’esposizione sulla Grecia nel suo sistema di pagamenti interno -Target 2 – ammonta ormai a 160 miliardi di euro. E non sarebbe quella la perdita più grave.
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