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«Da Brexit gravi conseguenze globali»

La crescita mondiale è stata «troppo bassa troppo a lungo», e procede a un ritmo «sempre più deludente». Il capo economista del Fondo monetario internazionale, Maurice Obstfeld, ha sostenuto ieri che le previsioni dell’organizzazione di Washington, che sono state limate al ribasso per l’ennesima volta, sono «progressivamente meno ottimistiche con il passare del tempo» e l’economia globale rischia lo stallo.
La settimana scorsa a Francoforte, il direttore dell’Fmi, Christine Lagarde, aveva sollecitato una forte risposta di politica economica da parte delle autorità e sottolineato i rischi crescenti per lo scenario dell’economia. Tra questi, il “World Economic Outlook” del Fondo cita in particolare il rischio di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, la cosiddetta Brexit, che potrebbe avere «severe» ripercussioni non solo per il Paese e per l’Europa, ma globali, secondo Obstfeld.
L’esame della difficile situazione economica mondiale sarà il primo tema nell’agenda delle riunioni di primavera dell’Fmi e della Banca mondiale, oltre che del G-20, che raccoglie le grandi economie industriali e i principali Paesi emergenti, questa settimana a Washington. Altro tema caldo la Grecia, dopo che la missione della troika, le istituzioni che rappresentano i creditori, ha lasciato Atene nei giorni scorsi senza un accordo con il Governo. A Washington si cercherà un’intesa a livello politico, o quanto meno di avvicinare le posizioni tra i creditori stessi, con il Fondo monetario che chiede una ristrutturazione del debito greco e gli europei che vogliono da Atene una dose più forte di austerità. Uno dei nodi resta la riforma delle pensioni. Obstfeld ha rilevato che la Grecia «avrà bisogno di maggior flessibilità di bilancio e sostegno della comunità internazionale per affrontare il problema dei rifugiati, una questione europea e globale». Le richieste al Paese devono essere «realistiche», ha detto.
Gli economisti dell’Fmi hanno tolto qualche decimale alla crescita mondiale, che si fermerà al 3,2% quest’anno, appena al di sopra del 3,1% dell’anno scorso, e al 3,7% il prossimo, a quella dell’area euro (all’1,5 e all’1,6% rispettivamente) e agli Stati Uniti (2,4 e 2,5%), colpiti dal calo degli investimenti nel settore dell’energia e dal dollaro forte. Sul quadro mondiale pesano anche il rallentamento della Cina, al 6,5% nel 2016 e al 6,2% nel 2017, una delle maggiori fonti di preoccupazione, anche se qui la previsioni sono state ritoccate al rialzo, e la recessione in Brasile e Russia, oltre alle difficoltà dei Paesi esportatori di petrolio.
Nel presentare le nuove cifre, Obstfeld ha sottolineato in particolare i rischi provenienti dai mercati finanziari, che hanno già visto due episodi di forte turbolenza a partire dall’estate scorsa, con un’alta volatilità che rischia di influenzare l’economia reale, e i rischi geopolitici, dalla crisi dei rifugiati, alla possibilità dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, all’opposizione su scala mondiale all’integrazione economica e alla globalizzazione.
Sulla Brexit, il capo economista dell’Fmi ha osservato che l’incertezza sta già provocando danni alla fiducia degli operatori economici e agli investimenti, ma più a lungo termine il problema potrebbe venire dalla necessità di rinegoziare gli accordi commerciali con l’Europa. Il Fondo ha tagliato le previsioni per l’economia britannica dal 2,2% all’1,9% nel 2016.
L’Fmi chiede che le autorità dei Paesi membri agiscano anzi tutto rafforzando la crescita. Obstfeld, come Lagarde nei giorni scorsi, ha appoggiato lo stimolo monetario delle banche centrali, dove ci siano pressioni deflazionistiche. Il tema è controverso soprattutto in Europa, dove il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble ha attaccato duramente la Banca centrale europea. Il Fondo insiste anche che la politica monetaria venga appoggiata dalla politica di bilancio e dalle riforme strutturali. «Non c’è molto spazio per errori – ha affermato il capo economista dell’istituzione di Washington -. Non siamo in una crisi o in recessione, ma siamo chiaramente di fronte al rischia di finire in una secca, politicamente pericolosa».
Secondo l’Fmi, i Governi dovrebbero predisporre piani di emergenza nel caso che lo scenario dovesse peggiorare: in una ipotesi, calcola che per far ripartire l’economia ci sia bisogno di un impulso fiscale dell’ordine dell’1,5% del prodotto interno lordo da parte dei Paesi industriali e dell’1% dai Paesi emergenti.

Alessandro Merli

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