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Da Berlino la conferma: addio al nucleare nel 2022

di Beda Romano

L'abbandono dell'energia nucleare entro il 2022, confermato ieri dal Governo tedesco, sarà una sfida politica ed economica, una corsa a ostacoli particolarmente impegnativa. Si tratterà di trovare un nuovo equilibrio energetico che sia sostenibile per un grande Paese manifatturiero come la Germania. «Sono convinto che le decisioni di oggi saranno una pietra miliare nello sviluppo economico e sociale del nostro Paese», ha spiegato ieri il ministro dell'Ambiente Norbert Röttgen, che punta a raddoppiare entro dieci anni, dal 17 al 35%, la quota di elettricità prodotta da fonti ecologiche. Queste rappresentavano appena il 6,4% del totale nel 2000.

Oggi le 17 centrali nucleari del Paese producono il 23% dell'energia elettrica tedesca (in calo dal 30% nel 2000). Gli impianti verranno chiusi gradualmente entro il 2022, così come preannunciato dalla maggioranza democristiana-liberale la settimana scorsa e confermato ieri. Otto fin da subito, sei entro il 2021 e altri tre entro il 2022.

La decisione – vista con favore anche dall'opposizione socialdemocratica-verde – è stata presa sulla scia dei timori provocati dall'incidente atomico di Fukushima. L'obiettivo del cancelliere Angela Merkel è di compensare l'energia prodotta dagli impianti nucleari con un aumento dell'uso del gas e delle fonti rinnovabili e con una maggiore efficienza energetica.

Riuscirà la Germania a far quadrare il cerchio, a compensare l'abbandono del nucleare con altre fonti di energia, senza mettere a rischio il tessuto industriale e mantenendo obiettivi ambiziosi nella riduzione delle emissioni nocive? La sfida provoca reazioni contrastanti: c'è chi vede solo ostacoli (e costi: fino a 200 miliardi di euro) e chi anche opportunità.

Le aziende produttrici di energia nucleare hanno criticato aspramente una scelta che nei fatti è un voltafaccia. Meno di un anno fa il governo Merkel aveva allungato la vita delle centrali di circa 10 anni, dal 2022 al 2036. Eon ha quindi intentato una causa contro il Governo tedesco. Rwe ha detto che non esclude di seguire la stessa strada. Il presidente dell'associazione imprenditoriale Bdi Hans-Peter Keitel, molto critico della scelta governativa, si è detto «certo» che il prezzo dell'energia elettrica è destinato ad aumentare, addirittura del 30% secondo le stime della Bdi. Il pacchetto legislativo presentato ieri prevede 500 milioni di euro per risarcire l'industria di un aumento delle bollette.

Presentando sei progetti di legge che devono ora passare in Parlamento, il ministro Röttgen ha annunciato investimenti pubblici per cinque miliardi di euro nei campi eolici del Mare del Nord. Dalla sua il Governo Merkel può contare (per ora) sull'appoggio della pubblica opinione, scioccata dall'incidente nella centrale giapponese di Fukushima. Peraltro, lo stesso mondo imprenditoriale non ha posizioni univoche. Da un lato, Daimler o Eon sono preoccupate dall'impatto finanziario o economico. Dall'altro molte imprese vedono nuove opportunità industriali. Tra le altre cose il Paese dovrà costruire 3.600 chilometri di rete per collegare campi eolici e centrali solari.

Il passato fa sperare. Dieci anni fa, una legge dell'allora governo Schröder ha esortato migliaia di famiglie e imprese tedesche a dotarsi di pannelli solari, mettendo in moto un volano industriale. Oggi la Germania è tra i principali esportatori di un'industria ambientale che in questo Paese dà lavoro a 370mila persone (erano 160.500 nel 2004).

«Le reti elettriche sono il tallone di Achille e la sfida più impegnativa della nuova politica energetica», nota però Christoph Weber, professore dell'Università di Duisburg-Essen. «Il Governo sarà chiamato a superare non pochi problemi sul territorio per riuscire a costruire nuove linee elettriche». Chi vuole nuovi enormi piloni della luce accanto a casa? Le imprese del settore dovranno poi immaginare soluzioni affidabili per lo stoccaggio dell'energia solare o eolica e allo stesso tempo garantire un'erogazione continua dell'elettricità. In questo senso, il Governo ha annunciato ieri che la riduzione progressiva dei sussidi alle fonti rinnovabili avverrà più lentamente del previsto.

I rischi politici ed economici non sono da poco, tenuto conto del fatto che in futuro petrolio e gas sono materie prime destinate a scarseggiare. Come spiegava nei giorni scorsi il Kölner Stadt-Anzeiger, «è chiaro a tutti che nessun obiettivo è raggiunto con una firma e poche parole». E aggiungeva: «Ora inizia il lavoro vero».

 

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