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D-Day della Fed, sul tavolo la crescita mondiale

Alzare o non alzare. Janet Yellen veste gli scomodi panni di Amleto: se sia più “nobile” oggi dare ascolto alle colombe preoccupate per le debolezze della crescita globale. Oppure ai falchi che temono invece anzitutto i troppi squilibri economici e finanziari alimentati da un costo del denaro a zero e vedono semmai in una prima stretta un segno di fiducia nell’espansione. Ad ascoltare i mercati il vantaggio è delle colombe, del prevalere della cautela, di ipotesi di un rinvio della stretta e del processo di normalizzazione della politica monetaria. Un processo che pure la Fed vuole avviare, anche per avere a disposizione strumenti più efficaci – cioè margini di manovra sui tassi – davanti al rischio di prossime crisi. E che potrebbe però voler inaugurare in una fase di minor volatilità e perplessità sullo scenario globale.
I sondaggi tra gli economisti di Wall Street e accademici hanno visto scivolare al 46% i sostenitori di una stretta subito, contro l’82% del mese scorso. Sul mercato future, intanto, le scommesse su un rialzo senza indugi sono scese al 24% contro il quasi 50% del mese scorso. E in mattinata Wall Street si è tenuta in leggero rialzo riflettendo simili pronostici. Un comportamento che può diventare a sua volta motivo di rinvio: la Fed preferisce evitare di sorprendere i mercati.
Ma la Banca centrale Usa, che ha aperto ieri il suo vertice di due giorni, ha mostrato insolita incertezza fino alla vigilia. Numerosi suoi esponenti di punta hanno indicato di voler soppesare con estrema attenzione le ragioni di entrambe le opzioni. Più ancora della mossa in sè – stringere o meno di un modesto quarto di punto – è il messaggio implicito nella scelta a scottare. E questo genera attesa anche per il messaggio esplicito, il comunicato e le previsioni sul futuro dell’economia e dei tassi, che la Fed darà oggi qualunque sia la decisione immediata.
Tanta incertezza non è tuttavia necessariamente foriera di panico, perchè nasce a ragion veduta: le sue radici vanno cercate nella data dependency, nella necessità di interpretare oggi dati ostici. Le statistiche economiche Usa, con una disoccupazione scivolata al 5,1% e una crescita al 3,7% nel secondo trimestre, nell’insieme hanno offerto indicazioni che la ripresa sarebbe in grado di “tollerare” un avvio della normalizzazione. Assai meno chiaro è però se siano abbastanza robuste da compensare le fragilità affiorate a livello globale, dalla Cina al Brasile, e un loro contagio. L’inflazione, togliendo urgenza a una stretta, latita: ieri i prezzi al consumo di agosto hanno evidenziato un -0,2%. E nell’ultimo anno sono lievitati solo dello 0,2%. Il calo è stato causato dai prezzi dell’energia, scesi del 2% in agosto, ma anche il core index, depurato delle componenti più volatili, è aumentato solo dello 0,1% nel mese e dell’1,8% in un anno, sotto il target del 2% desiderato dalla Fed.
Danni alla crescita sono inoltre possibili da una stretta prematura: se la spesa al consumo è lievitata dello 0,2% in agosto, la produzione industriale è scesa dello 0,4%. E un settore strategico come l’auto, ripresosi dalla crisi, vive di bassi tassi d’interesse che stanno spingendo quest’anno a 17 milioni di veicoli le vendite per la prima volta dal 2001 e hanno gonfiato al record di mille miliardi il debito delle famiglie per gli acquisti di vetture.
Le recenti performance della Borsa potrebbero a loro volta influire sulla scelta e si prestano a letture men che univoche: le lunghe corse al rialzo delle piazze finanziarie hanno sollevato lo spettro di pericolose bolle, ma nell’ultimo mese l’indice S&P 500 ha bruciato circa il 5,4% limando alcuni degli eccessi che potevano preoccupare la Banca centrale e spingerla a immediati rialzi dei tassi. Le forti oscillazioni, inoltre, hanno storicamente consigliato alla Fed di non intervenire.
È soprattutto il clima internazionale, però, che potrebbe condizionare, anche se non ufficialmente, la Fed. Ieri Standard & Poor’s ha declassato il rating del Giappone, citando la crescita debole. L’Europa è alle prese con sfide economiche e sociali, aggravate dalla crisi degli immigrati. La Cina, che nelle scorse settimane ha scatenato nuove ondate di paura sullo stato dell’economia globale svelando bruschi sintomi di rallentamento, continua a denunciare frenate e la credibilità delle sue statistiche governative, che prevedono un’espansione al passo di 7%, è messa in dubbio.
I mercati emergenti soffrono più di tutti scossi da violente bufere, con le materie prime depresse dalla indebolita domanda cinese e i timori di fughe di capitali che potrebbero intensificarsi qualora la Fed alzasse i tassi aumentando l’attrattività della piazza Usa. Un crogiuolo di tensioni che ha convinto organizzazioni multilaterali, quali Fmi e Banca Mondiale, a scendere in campo contro immediate strette statunitensi. Ma tutte queste difficoltà e pressioni non esimono la Fed da una scelta. L’unica certezza, per l’amletica Janet Yellen, è che qualunque decisione oggi richiede leadership e capacità di gestire drammi e rischi che non svaniranno.

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