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Cyberattacco cinese agli Usa

di Luca Vinciguerra

Pechino rinvia al mittente le accuse di pirateria informatica lanciate da Google contro alcuni hacker cinesi che avrebbero violato le caselle di posta elettronica Gmail di dissidenti cinesi, nonché di funzionari governativi e giornalisti statunitensi.

«È un fatto inaccettabile», ha tuonato ieri un portavoce del Governo cinese, sostenendo che le accuse rivolte alla superpotenza asiatica dal colosso informatico americano «sono del tutto infondate e sono state costruite con un secondo fine». Accuse che, per la prima volta da quando si è aperta la diatriba tra Google e Pechino sulla privacy delle caselle di posta elettronica Gmail (qualche mese fa, diversi corrispondenti di giornali stranieri in Cina avevano denunciato intrusioni nei propri indirizzi e-mail), il gruppo di Mountain View ha formulato in modo preciso e circostanziato.

Gli hacker, ha spiegato il quartier generale di Google, hanno sferrato i loro attacchi da Jinan, la capitale dello Shandong, con l'obiettivo di impossessarsi delle password di accesso ai conti Gmail di centinaia di utenti dal profilo "sensibile". Vale a dire attivisti politici locali scomodi per Pechino, funzionari governativi americani e di altri paesi asiatici (in particolare della Corea del Sud), militari e giornalisti statunitensi.

Google, tuttavia, non ha attribuito la responsabilità dell'operazione al Governo cinese. E non ha neanche lasciato intendere che dietro i pirati informatici dello Shandong, individuati e localizzati anche grazie all'intervento dell'Fbi, ci sia la regia occulta di Pechino.

Ciononostante, fanno notare alcuni esperti informatici occidentali, in questa delicata vicenda che rischia di aprire una crisi politica tra le due superpotenze («le accuse di Google sono molto gravi», ha detto ieri Hillary Clinton) c'è una strana coincidenza: Jinan, la città da cui è partito l'attacco alle caselle postali Gmail, è la sede di uno dei sei grandi centri informatici nazionali delle Forze Armate cinesi incaricati di effettuare riconoscimenti tecnici sui flussi internet provenienti dall'estero.

Pura casualità? Nessuno, ovviamente, è in grado di stabilirlo. Di certo c'è solo un dato di fatto: da quando, nel gennaio 2010, Google decise di andare in rotta di collisione con Pechino rifiutando di autocensurare il proprio sito cinese, la vita per il più grande motore di ricerca del mondo è diventata molto difficile.

Sul piano economico, perché, nonostante il compromesso raggiunto sulla questione censura, il gruppo ha perso terreno rispetto ai suoi concorrenti locali. E sul piano operativo, perché oggi in Cina Google di fatto funziona a singhiozzo e, cosa ancor più grave, è un autentico colabrodo sul piano della privacy.

Basta lanciare una ricerca generica qualsiasi per rendersene conto. Al primo tentativo il motore snocciola tutti i risultati, anche in tempi abbastanza veloci. Ma poi, se si chiede a Google di fornire l'elenco delle notizie legate alla stessa voce (anche se non sensibile politicamente), il sistema va in tilt e la connessione cade.

Sui conti di Gmail, invece, la presenza della censura ha raggiunto livelli di invasività odiosi e impensabili in qualsiasi paese civile. Non è un mistero che, negli ultimi mesi a seguito delle rivoluzioni popolari scoppiate nel mondo arabo, i cerberi di Pechino (la Cina dispone dell'esercito cibernetico più forte e numeroso del mondo) abbiano setacciato le caselle di posta elettronica non solo di dissidenti e attivisti politici cinesi, ma anche di molti cittadini stranieri.

Di sicuro quelli dei giornalisti esteri fedeli a Google che, nei giorni caldi delle proteste dei gelsomini, si sono visti segnalare da Gmail intrusioni nelle proprie caselle di posta elettronica da parte di misteriosi hacker operanti in diversi angoli del mondo. Che si tratti di un'altra strana coincidenza?

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