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Il curatore risponde per il fallito

Il curatore fallimentare deve comunque pagare le sanzioni del debitore fallito, anche se relative a debiti tributari maturati prima del fallimento. Non conta, infatti, che l’irrogazione delle sanzioni arrivi in pendenza della procedura concorsuale. Così ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 8710 dell’11/5/2020. Nel caso di specie, il curatore fallimentare di una società aveva impugnato un accertamento per Irpeg, Irap e Iva, emesso dall’Agenzia delle entrate, deducendone l’illegittimità per carenza di prove e di motivazione. La Commissione tributaria provinciale di Campobasso accoglieva il ricorso, ritenendo l’avviso di accertamento privo di motivazione. L’appello dell’Amministrazione finanziaria veniva poi parzialmente respinto dalla Commissione tributaria regionale del Molise, che riconosceva, nel merito, la legittimità dell’avviso, annullando però la pretesa quanto alla parte riguardante l’applicazione delle sanzioni, che riteneva non potessero gravare sul curatore del fallimento, il quale, nella sua qualità di terzo subentrante nell’amministrazione del patrimonio dell’impresa, per l’esercizio dei poteri conferitigli dalla legge, non poteva, a suo avviso, rispondere delle azioni e delle omissioni, dolose o colpose, riferibili all’imprenditore fallito. Avverso tale decisione l’Agenzia delle entrate proponeva infine ricorso per cassazione, censurando le conclusioni raggiunte dal giudice di secondo grado.

Secondo la Suprema corte il ricorso era fondato. Evidenziano, infatti, i giudici di legittimità che la tesi della Commissione tributaria regionale, secondo cui alla società fallita non poteva ascriversi alcuna responsabilità per le violazioni commesse dal fallito in bonis, in quanto altrimenti le stesse sarebbero ricadute sul curatore, era errata. La Corte di cassazione richiama a fondamento di tale decisione, il principio, già affermato in sede di legittimità, seppur con pronuncia non recente (Cass., sez. 5, sent. n. 25606 dell’1/12/2006), secondo cui, in tema di sanzioni pecuniarie per violazioni tributarie, qualora il contribuente sia stato dichiarato fallito, l’avvenuta irrogazione della sanzione per il mancato pagamento di un debito d’imposta sorto in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento esclude la rilevanza di qualsiasi considerazione attinente all’elemento soggettivo della violazione e all’impossibilità per il curatore di effettuare pagamenti a favore di singoli creditori in lesione della «par condicio creditorum», trovando la sanzione il suo presupposto in una violazione commessa quando l’imprenditore era ancora «in bonis», fermo restando che la soddisfazione del relativo credito deve avere comunque luogo secondo le regole del concorso (cfr. anche Cass., sez. 5, sent. n. 21078 del 13/10/2011).

In conclusione, quanto dovuto dall’imprenditore a titolo di sanzione per le violazioni tributarie a lui ascrivibili impone al curatore gli stessi obblighi di qualsiasi altro debito dell’impresa, senza che il personale elemento soggettivo assuma alcun rilievo. Sottolinea infatti la Corte che il curatore del fallimento non è rappresentante, né successore del fallito, ma semplice terzo subentrante nell’amministrazione del patrimonio dell’imprenditore fallito, laddove tale qualità non determina alcuna successione personale, né alcuna estinzione del debito dell’imprenditore per le violazioni da lui precedentemente commesse. Tanto premesso sul lato «passivo», è opportuno rilevare che, in modo simmetrico rispetto a quanto sopra evidenziato, anche sul lato «attivo», laddove cioè si tratti di questioni attinenti a crediti tributari vantati dal fallito, nessun interesse vi può essere per lo stesso a interloquire con l’Amministrazione, dato che la legittimazione alla presentazione di un’istanza di rimborso spetta, in via esclusiva, al curatore e non anche ai singoli creditori e, a maggior ragione, non può ipotizzarsi una legittimazione concorrente del soggetto fallito, il quale non beneficia di tale liquidazione, salvo che venga prospettato un suo ritorno in bonis. Nel caso in cui l’Amministrazione contesti quindi l’esistenza di un credito del fallimento non sussiste alcun litisconsorzio necessario tra curatore e fallito (cfr., Cass., sent. n. 22646 dell’11/9/2019).

Pur essendo dunque corretto affermare che l’accertamento, ove riguardi posizioni i cui presupposti si siano verificati anteriormente alla dichiarazione di fallimento del contribuente, deve essere notificato non solo al curatore ma anche al contribuente, il quale non è privato, a seguito della dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario, il litisconsorzio tra curatore e imprenditore dichiarato fallito, che abilita anche il fallito a impugnare l’atto impositivo, è, tuttavia, fondato solo sulla potenziale emersione di passività ulteriori rispetto a quelle già accertate o accertande in sede di formazione dello stato passivo. E, laddove si tratti di questioni attinenti a crediti tributari, nessun interesse vi può comunque mai essere per il fallito a interloquire con l’Agenzia, dato che il credito viene acquisito all’attivo dal curatore. In conclusione, in termini generali e sotto il profilo processuale, si ricorda che la dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito, in assoluto, la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta, in generale, la perdita della sua capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando, in via ordinaria, la legittimazione processuale al solo curatore. Solo se l’amministrazione fallimentare rimane inerte, il fallito conserva, in via eccezionale, la legittimazione ad agire per la tutela dei suoi diritti patrimoniali, sempre che, però, l’inerzia del curatore sia stata determinata da un totale disinteresse degli organi fallimentari e non anche quando consegua a una valutazione negativa di questi ultimi circa la convenienza della controversia (cfr., Cass., ord. n. 21602 del 4/9/2018).

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