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“Cura Schaeuble, una mina da 5,7 miliardi”

MILANO
L’intreccio irrisolto tra banche e debito agita qualche manager, ingessa le istituzioni e ispira gli attacchi politici dei “falchi” contro le “colombe” d’Europa. La crisi 2011 ha insegnato che i rischi sovrani potevano minare le banche nei paesi: ma ha anche provocato la loro concentrazione entro le frontiere. Mentre i gestori mondiali scappavano da Btp e titoli spagnoli, portoghesi e dei paesi più fragili, restavano a comprarli le loro banche, anche grazie alle aste di liquidità facile approntate dalla Bce. Dal 2011 l’esposizione delle banche europee di quei paesi ai debiti publici rischiosi è salita del 40%. In Italia gli istituti detengono 400 miliardi in titoli del Tesoro, senza rivali per somma e concentrazione.
Ma ora che gli steccati si sono chiusi, i regolatori pensano – con la tesi di aumentare solidità e liquidità delle banche – di “tassare” quei titoli imponendo riserve finanziarie e soglie di concentrazione. Può avere una logica: si pensi alle condizioni della Grecia, con le banche locali zeppe di titoli di Atene. Ma una mossa troppo brusca creerà un pandemonio finanziario: sottraendo miliardi al credito e forzando gli istituti a cedere miliardi di debito. Mediobanca Securities, in una ricerca dal titolo Back to 2012, evoca un clima da «whatever it takes market» (la situazione in cui Mario Draghi, nel luglio 2012, disse che la Bce era disposta a tutto per salvare l’integrità dell’euro), e suggerisce ai politici di tornare in campo, e a Matteo Renzi di continuare a resistere alle invettive tedesche «dopo che i troppi sì detti dai paesi periferici d’Europa ci hanno portato a questa crisi». Delle prossime regole si occupa – da oltre un anno – il Comitato di Basilea, che fissa gli standard mondiali in finanza. Rischi di stallo politico e strumentalizzazione ce ne sono. Tra Londra (sede dell’Autorità bancaria europea) e Basilea girano ipotesi di limitare gli acquisti di titoli governativi al 25% del patrimonio di ogni banca, di obbligare chi compra ad accantonare fondi per i titoli detenuti (oggi a “rischio zero”), infine di porre soglie alla concentrazione sui singoli debiti. Dalla Svizzera si rassicura: «Le proposte sul tavolo del Comitato sono diverse e molto ragionevoli; il dibattito procede meglio del previsto». Del previsto e di alcune sparate sull’asse franco-tedesco, si dice. Nell’aprile 2014 un’ariete fu Danièle Nouy, capo del Consiglio di vigilanza Bce: «Non c’è motivo di applicare un limite diverso tra soggetti privati e pubblici », disse l’ex banchiere centrale francese nel proporre, sostenuta dalla vicepresidente tedesca Sabine Lautenschleger, un tetto al 25% ai titoli sovrani. Le rispose a stretto giro Vitor Constancio, vicepresidente (portoghese) della Bce: «Servirebbe capitale aggiuntivo per 6mila miliardi, o la vendita di governativi per 1.600 miliardi di euro». Mediobanca ha simulato un impatto di future misure su un campione di 580 miliardi di titoli pubblici (di cui 236 miliardi Btp) di 21 banche in Germania, Francia, Italia, Spagna. Gli analisti, con ipotesi conservative, hanno ipotizzato un 20% di riserva sui titoli di paesi come Germania e Francia, e un 40% per quelli più rischiosi Italia e Spagna. «L’Italia è il perdente marginale – si conclude – con un deficit medio di 96 punti base sul patrimonio Cet1» delle banche. Da colmare, in soldoni, con 5,7 miliardi di nuovo capitale, con un impatto doppio perfino sulle banche spagnole (che hanno uno spread Bonos- Bund peggiore a quello italiano). Pochi problemi invece in Germania (-33 punti base) e Francia (-20 punti base). Quanto al tetto al 25%, farebbe scaricare 300 milioni di titoli di Stato. Circa metà, ovviamente, italiani.
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