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Cuneo fiscale, taglio da 2 miliardi La manovra punta sui contributi

Mentre il governo tenta la spinta finale per portare in consiglio dei ministri la delega sul fisco, si scaldano i motori anche per le misure in manovra che potrebbero anticipare qualche obiettivo della riforma. Perché sul tavolo ci sono le risorse, 2,3 miliardi secondo i calcoli che potrebbero essere aggiornati con la Nadef in arrivo entro il 27 settembre, del fondo per ridurre la pressione fiscale istituito dalla legge di bilancio dell’anno scorso, rimasti liberi dall’ipoteca del finanziamento all’assegno al nucleo.

Tra le priorità espresse da una parte ampia della maggioranza c’è un nuovo intervento di riduzione del cuneo fiscale. E sotto la lente dei tecnici è finito il contributo «Cuaf», la Cassa unica assegni famigliari. Si tratta di un onere a carico dei datori di lavoro che serve a finanziare il sostegno economico ai nuclei. La sua abolizione, nell’ottica di chi spinge in questa direzione, presenta più di un vantaggio: il costo è tutto sommato contenuto, intorno ai due miliardi, e permetterebbe di utilizzare le coperture a disposizione per un intervento strutturale e definitivo, senza disperderle in nuove misure riscali che con queste somme risulterebbero inevitabilmente parziali e poco percepibili. In questo modo si avrebbe una riduzione secca del costo del lavoro sul lato delle imprese, ma a beneficiarne sarebbero anche le famiglie che pagano il contributo per badanti e collaboratori domestici. In questo modo la misura avrebbe anche il pregio di arricchire il capitolo delle misure per la famiglia, al centro dell’agenda governativa con la messa a regime dell’assegno unico per i figli dal 1° gennaio prossimo. L’alternativa ipotizzata in queste settimane sarebbe quella di avviare la riduzione della terza aliquota Irpef, quella che sopra i 28mila euro di reddito produce lo scalone facendo balzare le richieste del fisco dl 27 al 38%. Questa opzione è però complicata da due fattori: ogni punto da tagliare a questo livello costa tre miliardi all’anno, che finirebbero a finanziare una misura quasi impercettibile dai diretti interessati e inevitabilmente estesa anche ai redditi più alti.

In maggioranza c’è però anche chi spinge per una strada alternativa, che punta all’abolizione dell’Irap già da gennaio con una tagliola azionata dalla legge di bilancio. L’obiettivo, indicato dal documento sulla riforma fiscale licenziato a luglio dalle commissioni Finanze di Camera e Senato, è l’assorbimento dell’Irap nell’Ires, che avrebbe però bisogno di essere finanziato per coprire i tre miliardi all’anno oggi versati da soggetti colpiti dall’Irap ma non dall’imposta sulle società. L’idea è stata rilanciata nei giorni scorsi dal presidente della commissione Finanze della Camera Luigi Marattin (Iv), ma potrebbe trovare sponde in diversi settori della maggioranza. L’addio all’Irap è stato rilanciato in più di un’occasione dall’ex premier Giuseppe Conte nel suo tour elettorale nelle città, ed è visto di buon occhio anche dal centrodestra che in passato aveva proposto a più riprese la stessa mossa.

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