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Cultura 4.0 motore del made in Italy

Non è un caso che in Italia si cominci a parlare di re-shoring, ovvero della tendenza delle imprese a riportare in Italia le produzioni, precedentemente delocalizzate dove la manodopera è più economica in termini di costi, per dar loro più valore aggiunto, più made in Italy. Non è un caso nemmeno che si parli sempre più di identità, di marchi, di nicchie superspecializzate, di bello e ben fatto, di brand che si identificano con un territorio. Perché l’economia italiana, quella della manifattura soprattutto delle piccole e medie imprese, vero tessuto economico nazionale, ha imboccato già da tempo e con successo la strada della qualità al posto della quantità, dell’artigianato 4.0, di quella produzione tailor made – e non parliamo solo di moda, ma anche, ad esempio, di beni strumentali e macchine utensili – che nel mondo è sempre più apprezzata.
È quell’Italia che il rapporto Symbola racconta: uno spaccato economico che ha alla base la cultura e la storia del Paese, che sa “cesellare” le produzioni come fossero opere d’arte, che fonde insieme innovazione hi-tech e territorio. Sono le imprese creative-driven, non direttamente riconducibili al settore della cultura o del turismo, ma che impiegano in maniera strutturale professioni culturali e creative, come la manifattura evoluta e l’artigianato artistico. Facciamo qualche esempio: trent’anni fa esplose lo scandalo del vino al metanolo, tragedia della sofisticazione alimentare che costò la vita a 23 persone e inflisse un duro colpo alla credibilità dei prodotti italiani. Da allora il vino italiano ha avviato un processo di riconversione che l’ha fatto passare da una produzione quantitativa a basso costo ad una nel segno della qualità legata al territorio che ha reso i vini italiani i più famosi e venduti al mondo insieme a quelli francesi. Oggi viene prodotto il 45% in meno degli ettolitri rispetto a trent’anni fa, come spiega il report Accadde domani della Fondazione Symbola e di Coldiretti: siano passati da 76,8 a 47 milioni di ettolitri/anno, ma il fatturato e l’export (in valore nominale) sono cresciuti: rispettivamente più del doppio il primo, da 4,2 miliardi di euro a 9,4 miliardi, e oltre sei volte il secondo, da 800 milioni a 5,4. E il vino italiano mantiene saldamente il secondo posto per quota di mercato globale col 19,9%.
Questa parabola produttiva e culturale, questa tensione costante, rivela il cuore e il motore del made in Italy, legato alla qualità, alla bellezza, alla cultura. Che c’è in molti altri settori: nella filiera agroalimentare, ad esempio, l’Italia è il Paese più forte al mondo per prodotti distintivi, con 284 Dop, Igp, Stg. L’export di scarpe è diminuito da 218mila a 165mila tonnellate in 30 anni, ma il valore è passato da 5 a 11 miliardi di dollari. Nell’abbigliamento in pelle l’esportazione è passata da 1.910 tonnellate a 2.254 tonnellate, mentre il valore è triplicato: 787 milioni di dollari a fronte di 233. Nella produzione di macchine per l’industria alimentare siamo passati da un export di 68mila tonnellate (952 milioni di dollari) a 157mila, per un valore complessivo a 4,1 miliardi: +333%.
E ancora. Lo stesso spostamento verso la qualità – che significa anche più efficienza nell’uso delle materie prime e dell’energia, riduzione degli scarti, ricerca, attenzione al design – ha fatto il successo di settori importanti come la ceramica o il legno arredo. Non a caso l’industria italiana delle piastrelle di ceramica archivia un 2015 con un fatturato pari a 5,1 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto all’anno precedente, mentre per il mobile italiano è stato l’anno del Salone internazionale del Mobile di Milano numero 55, un’edizione dei record: gli operatori professionali arrivati da tutto il mondo hanno superato la cifra di 370mila, con presenze straniere per circa il 70%.
Se prendiamo in esame non solo le imprese creative-driven ma anche tutto il sistema produttivo culturale fatto di musei, gallerie, festival, beni culturali, letteratura, cinema, performing arts, architettura, design e comunicazione, scopriamo che il comparto genera 89,7 miliardi di euro e attiva altri settori dell’economia arrivando a muovere nell’insieme 249,8 miliardi, equivalenti al 17% del valore aggiunto nazionale.
Molto c’è ancora da fare. Il Paese può raggiungere ben altri e più alti livelli di competitività. Ma qualcosa di importante si sta facendo; prova ne è, ad esempio, l’intenzione del neoministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda di istituire una nuova legislazione a favore dell’innovazione della manifattura italiana. «La rivoluzione industriale digitale dell’Industria 4.0 è un’opportunità imperdibile per riposizionare e rendere più sostenibili i fattori competitivi del nostro Paese soprattutto in favore del tessuto di Pmi», ha detto Calenda lo scorso 15 giugno durante l’audizione su Industria 4.0 alla Camera dei Deputati.

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