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CsC: la manifattura risale la china (+2,3%)

L’industria italiana ha cominciato a risalire la china. E non è una falsa partenza, simile a molte altre che si sono susseguite durante la crisi. Per il Centro studi di Confindustria è un «nuovo cominciamento», un termine utilizzato per far capire che non è solo una ripresa congiunturale: il contesto esterno ed interno sono cambiati, ci sono mutamenti profondi e continui che si stanno verificando, di cui le imprese devono tenere conto.
Quindi il manifatturiero va avanti, «con un passo ancora lento» che ha segnato +2,3% cumulato in 11 mesi, da settembre 2014 ad agosto 2015. E «assai disomogeneo tra i comparti» a guardare le variazioni della produzione: +70% dell’automotive, +15% della farmaceutica, bevande, abbigliamento, macchinari e attrezzatura, +10% dei mobili e -3-4% nel legno, prodotti i metallo, pelletteria e calzature.
C’è un altra grande questione nel paese che il documento Scenari industriali, presentato ieri dal direttore del Csc, Luca Paolazzi, ha messo in evidenza: l’asimmetria Nord-Sud, che fa diventare «la riduzione del divario una sfida ancora più impegnativa e cogente». La vocazione manifatturiera, infatti, è caduta molto di più dove era già più bassa, ovvero nelle province meridionali, con cali anche vicini al 30 per cento.
La riflessione, quindi, è che sia diventata «irrinunciabile una politica industriale» come strumento ordinario di politica economica sia se si vogliono cogliere le potenzialità del manifatturiero come «sala macchine» della crescita, sia per non lasciare l’industria italiana con un handicap.
«È vincente un’industria che sia innovativa, sostenibile e interconnessa», ha sottolineato introducendo il seminario il vice presidente per il Centro Studi, Carlo Pesenti. «Occorre fare una riflessione – ha continuato Pesenti – sul ruolo delle imprese e sulle prospettive». L’Italia resta l’ottava potenza industriale, nonostante la crisi, con una quota sulla produzione mondiale, 2,5%, che è un multiplo di quella demografica, 0,8%, a riprova della vocazione manifatturiera. La quota del manifatturiero sul totale dell’economia è scesa rispetto al 19,2% del 2000, passando al 15,3 nel 2013 e poi al 15,4 nel 2014, ma comunque davanti a Francia, Regno Unito e Spagna, dietro alla Germania. L’industria italiana si è contratta: -4,3 l’alimentare, – 53,7 il legno, -35 il tessile, con una media a -24% e solo il farmaceutico a +8,9. Ma le basi sono solide per rilanciare lo sviluppo.
Sono urgenti però «scelte politiche» ha sostenuto Paolazzi, sia per mettere a punto una «strategia coerente con una visione di lungo periodo», che in Italia sembra ancora mancare, sia nell’adottare misure concrete per realizzarla.
C’è bisogno di una politica per rafforzare la ricerca e sviluppo, in cui l’Italia resta ancora indietro. Su questo aspetto lo studio del Csc sfata il luogo comune che le imprese italiane fanno poca innovazione: al contrario, l’industria made in Italy ha un’elevata propensione ad innovare, ed è seconda solo alle aziende tedesche. Anzi, nell’innovazione di processo siamo anche davanti ai tedeschi. Inoltre la spesa in R&S è bassa, «ma in forte aumento». In Italia è alta anche la propensione ad investire, che è doppia rispetto a quella tedesca e francese, in linea con quella Usa ed è indice di grande vitalità imprenditoriale. Questi due aspetti, insieme all’ampia articolazione del manifatturiero e al secondo posto nel Trade Performance Index, sono la prova per il Csc, della forza e della vitalità del nostro sistema industriale.
Tra i fattori interni di cui tenere conto il Csc ha messo in evidenza l’andamento del costo del lavoro per unità di prodotto, che ha marciato a «ritmi costanti e indifferenti alla variazione della produttività». Questo ha comportato un’erosione della competitività e ne ha fatto le spese la redditività che è ai minimi. La crisi, ha sottolineato il documento, ha quindi messo a nudo i limiti dell’attuale assetto delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva nazionale.
Ci sono anche una serie di fattori esterni che il Csc ha preso in considerazione per analizzare i «mutamenti profondi» in cui le imprese si trovano ad operare: c’è una stabilizzazione delle quote nazionali sulla produzione manifatturiera globale, un rallentamento degli scambi internazionali, una modificata struttura europea nella distribuzione delle produzioni manifatturiere, le materie prime a basso costo.
Dai nuovi Scenari industriali, conclude il Csc, si possono trarre sei lezioni per le imprese: internazionalizzare, diversificare, analizzare il mercato delle commodities e attrezzarsi per migliorarne l’uso, puntare sul legame tra retribuzioni e i risultati delle aziende, cavalcare Industria 4.0 anziché subirla, ispirarsi ai driver attorno al quali sono state disegnate le politiche industriali negli altri paesi industrializzati, che plasmeranno la domanda di domani.

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