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Crowdfunding, nasce la licenza Ue

La Commissione europea ha presentato ieri un progetto legislativo che ha come obiettivo di promuovere la finanza partecipativa, o crowdfunding in inglese. L’Italia è in ritardo in un settore che negli anni ha dimostrato di poter essere un modo innovativo di finanziare nuovi progetti imprenditoriali. Nel contempo, l’esecutivo comunitario ha anche illustrato un piano d’azione per meglio inquadrare la finanza tecnologica che tra le altre cose ha dato vita al Bitcoin.
Il progetto legislativo dell’esecutivo comunitario prevede che le piattaforme di finanza partecipativa possano ottenere dalle autorità europee un passaporto che permetta loro di raccogliere denaro in tutta Europa, senza chiedere il benestare nazionale volta per volta. Il crowdfunding si basa su piattaforme elettroniche attraverso cui singoli progetti imprenditoriali si fanno pubblicità e ottengono denaro, vendendo a seconda dei casi obbligazioni o azioni.
Il progetto di regolamento introduce un comune sistema di protezione degli investitori e modelli comuni con cui presentare i prodotti finanziari e i progetti imprenditoriali. «Un nuovo passaporto per il crowdfunding permetterà alle piattaforme di crescere e di consentire a società e investitori di tutta Europa di incontrarsi», ha detto il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. Lo strumento potrà servire per raccogliere fino a un milione di euro su un periodo di 12 mesi.
Attualmente la finanza partecipativa è poco utilizzata in Europa rispetto ad altre regioni del mondo. Nel 2016, pesava 7,7 miliardi di euro, rispetto ai 200,7 miliardi di euro nell’Asia-Pacifico e a 35,2 miliardi nelle Americhe. Secondo un recente rapporto dell’Università di Cambridge, in Italia il crowdfunding è salito del 298% tra il 2015 e il 2016 per raggiungere un giro d’affari di 127 milioni di euro. La quota italiana rispetto al totale europeo è evidentemente molto piccola.
Il paese, tuttavia, è stato tra i primi nell’Unione ad adottare una legislazione per meglio regolamentare questo settore, all’inizio del decennio. Secondo la Commissione europea, la finanza partecipativa riguarda soprattutto le prime tre fasi nello sviluppo di una società: la nascita, la prima crescita e l’espansione. Il finanziamento dell’ultima fase di una impresa, ossia quella in cui la società si ingrandisce, verrà finanziata tendenzialmente da una raccolta di denaro sui mercati.
Sul fronte della tecnologia finanziaria, vi è il desiderio di meglio controllare una nuova tendenza ricca di opportunità ma anche di pericoli. Il piano d’azione è soprattutto un quadro di riferimento per meglio studiare il fenomeno, e garantire la sicurezza cibernetica. Nei giorni scorsi, Bruxelles ha annunciato che intende aspettare eventuali posizioni a livello internazionale prima di introdurre eventuali nuove norme nel campo delle criptovalute (si veda Il Sole 24 Ore del 27 febbraio).
Infine, la Commissione europea in un piano d’azione ha rilanciato ieri il tema della finanza verde, e della necessità di promuovere la raccolta di denaro poi utile per la sostenibilità dell’ambiente. L’esecutivo comunitario sta ancora valutando se e come introdurre una riduzione dei requisiti patrimoniali delle banche tutte le volte che queste prestano denaro per obiettivi ambientali. C’è il desiderio di aiutare un mercato cruciale, ma anche la paura di contribuire a bolle o a instabilità.

Beda Romano

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