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Crowdfunding e minibond al test

Per i minibond e il crowdfunding in salsa italiana è il momento della verità. Partendo da quest’ultimo, dopo l’introduzione dello strumento di finanziamento nel nostro ordinamento (a opera del decreto Crescita, convertito nella legge n. 221 del 2012), la Consob ha pubblicato sul suo sito Internet una bozza di regolamento, che è rimasta aperta alla consultazione pubblica fino al 30 aprile. A giorni, dunque, è atteso il testo definitivo. A fine 2012 i servizi di crowdfunding censiti a livello mondiale hanno toccato quota 550, con un giro d’affari quasi duplicato rispetto al 2011 (+98%), a quota 2,8 miliardi di euro, con la prospettiva di avvicinare quota 4 miliardi nell’anno in corso. Merito del suo meccanismo a passo con i tempi, basato su un sistema di raccolta dei fondi via internet, che coinvolge centinaia o migliaia di persone, ciascuna delle quali contribuisce con una piccola somma. Dunque un canale di accesso ai finanziamenti anche per le piccole aziende (quelle orientate al business, così come le non profit) e per le idee di business che non hanno alle spalle una storia imprenditoriale.

Una sola denominazione per diversi strumenti. Il crowdfunding è un ombrello che copre tre tipologie di raccolta fondi: le piattaforme create per sostenere progetti creativi (ad esempio, consentire a una giovane band di organizzare un concerto), che non prevedono remunerazione in cambio della somma versata; i servizi di social lending peer2peer (come l’esempio di Smartika già citato); infine i sistemi di equity based crowdfunding (quelli che il legislatore italiano si appresta a regolamentare), che prevedono la remunerazione dell’investimento con una quota di partecipazione azionaria e quindi un ritorno futuro sugli utili della start up nascente. «Quest’ultima opzione sta decollando nei mercati anglosassoni soprattutto per due ragioni: la flessibilità di finanziamento e la facilità di accesso, sia per i finanziatori, che per gli offerenti», spiega Roberto Sparano, partner dello studio legale Carnelutti. Che riserva qualche critica alla soluzione che si va profilando in Italia: «La regolamentazione secondaria attualmente in consultazione sembra propendere per scelte istituzionali, come dimostra la volontà di affidare la gestione dei siti ai soli intermediari abilitati, una scelta che è in netto contrasto con la natura del crowdfunding. L’impatto della regolamentazione potrebbe comportare alti costi di gestione che renderanno il modello non funzionale».

Anche Assiom Forex guarda da vicino all’evoluzione del settore, tanto da aver fornito i suoi contributi ai tavoli di lavoro istituzionali. «Se ben concepita, la normativa può favorire lo sviluppo del settore, con possibilità interessanti soprattutto per le start up innovative ad alto valore aggiunto e quindi ad alto valore tecnologico, che possono accedere raccogliendo capitale di rischio a tassi competitivi». L’altra faccia della medaglia è rappresentata dall’elevato indice di mortalità che si registra tra le nuove aziende, con rischi quindi più elevati per gli investitori.

Bond anche per le società non quotate. Da sempre l’emissione obbligazionaria è uno degli strumenti più utilizzati dalle grandi società per finanziarsi, e il discorso vale a maggior ragione in una fase di credit crunch come quella attuale. Il discorso si complica per le società più piccole, soprattutto se prive di rating, perché non entrano nei radar dei grandi investitori internazionali. Per superare questa criticità il già citato decreto Crescita 2012 ha introdotto i cosiddetti «minibond», che puntano a favorire le emissioni obbligazionarie da parte di Pmi non quotate, equiparandone il regime fiscale ai bond delle quotate. «Tecnicamente si tratta di titoli di debito a medio termine, destinati a piani di sviluppo, a operazioni di investimento straordinarie (a&a) o di refinancing», spiega Gabriele Roghi, responsabile consulenza investimenti di Invest Banca, rilevando potenzialità di utilizzo dello strumento da un’amplia platea di aziende nei prossimi mesi. «L’introduzione di questo strumento costituisce un passo in avanti molto importante», secondo Stefano Salvadeo, partner di Bernoni Grant Thornton. Tuttavia, secondo una rilevazione di Kpmg Advisory, da gennaio ad aprile solo quattro aziende hanno fatto ricorso a queste emissioni, per un valore inferiore ai 2 miliardi di euro, contro un obiettivo governativo di 18-20 miliardi per l’intero 2013. «I criteri sono restrittivi», spiega l’esperto. «Occorre affidarsi a uno sponsor finanziario durante il collocamento, presentare un bilancio certificato e rivolgersi solo a investitori qualificati. In questo modo non si ha garanzia di liquidità». Per Bernoni, il decollo potrà arrivare solo da nuovi interventi normativi, «ad esempio introducendo facilitazioni per gli investimenti da parte dei fondi pensione». Resta poi la sensazione che lo strumento sia adatto più alle aziende già dotate di una certa solidità finanziaria, che alle più piccole.

Attende novità anche Marco Pane, commercialista di Roedl, secondo il quale «i minibond avranno un sicuro sviluppo, che sarà connesso da un lato alla possibilità di reperire fonti di finanziamento non bancario e dall’altro alla diversificazione delle opportunità di investimento e di impiego delle risorse finanziarie».

Tuttavia, per centrare l’obiettivo «è necessario che nascano operatori specializzati nella costruzione e valutazione dei portafogli di questo tipo». Un esempio? I fondi chiusi riservati a operatori qualificati, che raccolgono risorse da investire nel medio lungo termine sulla base di un corretto rapporto rischio/rendimento.

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