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Il crollo del lavoro: solamente in aprile persi 274 mila posti Boom degli inattivi

ROMA — Una perdita di 274 mila posti di lavoro in un mese, con un tasso di variazione superiore all’1 per cento, introvabile nelle serie storiche dell’Istat. In due mesi 400 mila lavoratori in meno e 746 mila inattivi in più, che fanno balzare il tasso di inattività al 38,1 per cento, un livello che non si vedeva dal 2011. E il calo del tasso di disoccupazione, sceso al 6,3 per cento, 1,7 punti in meno rispetto a marzo, non è una buona notizia, anche se è un livello basso che, scorrendo le serie storiche dell’Istat, non si vedeva dal 2007. L’aumento degli inattivi e il calo del tasso di disoccupazione vanno letti insieme: per la statistica è disoccupato solo chi cerca lavoro e non lo trova. Dunque non sono diminuiti i disoccupati, tutt’altro: solo che chi è senza lavoro è inerte, probabilmente in attesa di una situazione migliore per rimettersi a cercare un’occupazione. Nel confronto con l’aprile 2019 a sparire sono soprattutto i dipendenti temporanei (480 mila in meno) e gli autonomi (192 mila in meno). Il bilancio finale, tenendo conto dei dipendenti permanenti, ancora in aumento, è di una perdita di quasi 500 mila lavoratori su base annua, più marcata per i giovani, in particolare per la fascia 25-34 anni.
Per quanto siano dati che registrano una crisi vera, un mercato del lavoro allo stremo, «un crollo profondo e verticale», usando le parole del segretario aggiunto della Cisl Luigi Sbarra, sono anche dati che fotografano una situazione anomala, unica nel suo genere, spiega Roberto Monducci, direttore del Dipartimento per la produzione statistica dell’Istat: «Il problema deriva in maniera molto stringente dalla definizione di “persone in cerca di occupazione”: per essere considerate tali devono effettuare azioni concrete di ricerca, ed essere disponibili a lavorare subito. Quello che è successo a marzo e aprile è che l’effetto del lockdown sulla ricerca del lavoro è stato un effetto di scoraggiamento “per decreto”, con metà delle imprese chiuse e le persone bloccate in casa, una condizione mai vista prima». L’esplosione degli inattivi è dunque, una volta tanto, il riflesso dell’Italia ferma per legge più che di scelte e ragionamenti personali. D’altra parte, è innegabile però che la perdita degli occupati sia reale, e preoccupante. Tuttavia, rileva Monducci, è piuttosto l’effetto di mancate entrate (anche perché i decreti per l’emergenza vietano i licenziamenti per la maggior parte delle categorie di lavoratori fino ad agosto): «L’andamento del mese di aprile è di solito molto legato alla stagionalità. Per cui, più che un aumento delle cessazioni, c’è stata una flessione notevole delle attivazioni: non hanno cominciato a lavorare tutti i lavoratori che lo avrebbero fatto in una situazione normale». A cominciare dai lavoratori del turismo: aprile è il mese in cui di solito, in coincidenza della Pasqua, aprono la maggior parte degli alberghi che chiudono dopo l’estate, o dopo Natale. Un circuito virtuoso che include anche lavoratori della ristorazione, animatori, addetti alla pulizia: in un’Italia ferma, anche coloro che magari erano già stati contrattualizzati alla fine di marzo sono stati licenziati. Ecco perché i dati di aprile in realtà «più che la situazione economica reale rispecchiano i provvedimenti amministrativi », conclude Monducci. E non solo i dati che riguardano disoccupati e inattivi, anche quelli sugli occupati: «Guardando alle ore lavorate, il “tasso di assenza” dal lavoro degli occupati è del 33%. Ad aprile cioè uno su tre era in Cig, o in ferie, di solito è un dato che si aggira intorno al 5, 6 per cento: è evidente che si tratta di una situazione anomala, sospesa. A maggio i dati dovrebbero finalmente rappresentare una situazione più normale, anche se di crisi economica ».
Se il grosso del calo di occupati è rappresentato da lavoratori temporanei, c’è però sicuramente anche una quota di donne che ha perso il posto di lavoro a tempo indeterminato (su mese le occupate calano dell’1,5% contro il meno 1% dei maschi): il divieto di licenziamento stabilito dai decreti non vale infatti per le lavoratrici domestiche, e Assindatcolf (i datori di lavoro) ad aprile ha rilevato un aumento dei licenziamenti del 30%.
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