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Crollo dei profitti per industria e banche

Sono in caduta libera i profitti al 31 dicembre 2011 dei gruppi italiani quotati in Borsa. Il Top Industria ha più che dimezzato gli utili, a 9 miliardi, per il forte incremento degli oneri straordinari e per l’aggravio delle imposte, e il Top Banche ha chiuso con il segno meno, con una perdita di 25,5 miliardi contro i +6,5 dell’anno precedente.
Le industrie del campione, nel complesso, hanno aumentato il fatturato omogeneo del 7,4 per cento. Ma ciò non sta a indicare la ripresa del mercato domestico. Tutt’altro. L’aumento è trainato dalle vendite fuori dell’Europa, salite di quasi sei punti, al 37,4%, non solo grazie alle esportazioni, ma anche e soprattutto per la quota crescente di ricavi generata in paesi extraeuropei: l’80% per Luxottica, il 77% per STMicroelectronic, il 76% per Ferragamo, il 75% per Parmalat (ormai posseduta dalla francese Lactalis).
Il fenomeno è evidente anche per Exor. La finanziaria della famiglia Agnelli, ricevendo in dote 23,6 miliardi di ricavi dal consolidamento di Chrysler in Fiat, accresce a oltre il 61% la presenza sui mercati extraeuropei e aumenta del 43% il fatturato consolidato. Senza Chysler lo stesso fatturato sarebbe crsciuto di appena il 7,7 per cento. Il maggiore incremento di ricavi lo hanno avuto le macchine per l’agricoltura e le costruzioni (17%), i veicoli industriali (+15%) e i componenti e i sistemi di produzione (+10%). Sostanzialmente invariato il fatturato di Fiat group automobiles (+0,4%) e Maserati (+0,3); sostenuti i ricavi di Ferrari (+17%). La Fiat a fine 2011 deteneva il 29,4% del mercato italiano dell’auto (0,9 punti in meno dell’anno prima) ed il 6,9% di quello europeo (0,8 punti in meno), mentre in Brasile, dove è in prima posizione, si attestava al 22,2% anche grazie ai marchi Chrysler.
Fatturato in calo, invece, per Mediaset (-7,8% su base omogenea), per la contrazione della raccolta pubblicitaria soprattutto in Spagna, per STMicroelectronics (-5,9%) e per Finmeccanica (-7,4%), i cui ordini acquisiti calano di 5 miliardi (-22%).
In discesa anche l’incidenza del margine operativo netto dell’industria manifatturiera (Mon o Ebit), che dopo essere rimbalzato dal minimo del 30 giungo 2009 ha segnato via via una crescita sempre più flebile per tornare poi a flettere nel secondo semestre 2011. Il Mon di STMicroelectronics crolla del 79% sul 2010, quello di Finmeccanica del 57% e quello di Mediaset del 33%, mentre per A2a e Parmalat il calo è rispettivamente del 17% e del 3,4 per cento.
Molto consistente anche l’ammontare delle operazioni straordinarie (il saldo tra costi e ricavi non correnti), aumentato di quattro volte rispetto al 2010, che sfiora gli 11 miliardi. Il forte peggioramento è dovuto ai maggiori oneri iscritti a bilancio da Telecom Italia e Finmeccanica.
Telecom Italia ha svalutato per complessivi 7,3 miliardi gli avviamenti scaturiti della fusione Olivetti-Telecom e dell’Opa su Tim, la prima risalente alla gestione di Roberto Colaninno e la seconda a quela di Marco Tronchetti. E altri 3 miliardi di svalutazioni se li è addossati Finmeccanica per errori di produzione e di gestione commessi nel settore aeronautico e in quello dei trasporti. Nel bilancio del gruppo controllato dallo Stato si fa cenno a danni richiesti dalla statunitense Boeing per errori di «”non conformità” riscontrati su alcuni prodotti già consegnati». I difetti sulle forniture danno modo al committente Usa di esercitare delle «opzioni» per l’acquisto da Alenia Aermacchi, controllata di Finmeccanica, «di ulteriori velivoli a un prezzo non adeguatamente remunerativo». In sostanza, il contratto non s’interrompe, ma Boeing ha diritto a pagare meno le successive forniture.
Nel settore dei trasporti, invece, è stato necessario un accantonamento «a copertura dei rischi correlati ai “costi della non qualità». Nel bilancio si legge di «risultati economici negativi consuntivati negli esercizi passati da AnsaldoBreda», la controllata per i treni e le metropolitane, a causa di «disfunzioni organizzative». Finmeccania ha dovuto svalutare per 646 milioni anche l’avviamento della controllata statunitense Drs Technologies, acquistata nel 2008 con un proprio aumento di capitale da 1,2 miliardi sottoscritto per 250 milioni con denaro pubblico, dal Tesoro.
Sono inoltre in aumento del 9,3%, a 227,5 miliardi, i debiti finanziari del Top Industria. Il principale incremento (+16 miliardi) è quello di Exor, dovuto per 10,5 miliardi al consolidamento di Chrysler, per 2,6 miliardi all’emissione di tre prestiti obbligazionari da parte di Fiat Industrial e per altri 2,4 miliardi per il consolidamento integrale di Iveco Finance Holding. Anche al netto dell’effetto Chrysler il debito del campione risulta comunque in aumento del 4,2 per cento.
C’è poi l’allarme degli investitori per il valore degli attivi immateriali, gli intangibles, di cui fanno parte gli avviamenti generati dalle acquisizioni. Finché le società avevano una capitalizzazione di Borsa elevata nessuno badava al fatto che gli intangibles fossero gonfiati. Ora che le quotazioni sono in caduta libera ci si preoccupa che le poste immateriali non siano troppo distanti dai valori di mercato.
La questione è già stata affrontata dalle banche, che per svalutare gli intangibles sono state costrette in diversi casi a robusti aumenti di capitale. Comincia solo ora a scalfire le società industriali. Eppure nei casi di Autogrill, Finmeccanica, Lottomatica, Telecom, Mediaset, Luxottica gli attivi immateriali superano anche di molto i mezzi propri. Il Top Industria ha 4 euro di debiti finanziari per ogni euro di patrimonio netto tangibile e se escludiamo l’Eni dal campione il rapporto cresce in modo esponenziale: 26 a uno.

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