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Crollano le Borse: Milano -3,13%

Mentre l’economia europea non riesce a dare segnali univoci di ripresa, all’interno della Banca centrale americana affiorano i primi dubbi sulla volontà di prosecuzione della politica monetaria espansiva avviata nel 2009. Ieri ce n’era abbastanza, insomma, perchè sui mercati prevalessero le vendite. Così si spiega dunque il generalizzato calo che ha toccato tutti i principali indici europei. Francoforte ha perso l’1,91%, Parigi il 2,28%, Londra l’1,62%. Ma la performance peggiore ha riguardato Milano. Affossato dalle vendite sui bancari e sui titoli industriali, il Ftse Mib ha lasciato sul terreno il 3,13%, chiudendo appena sopra l’asticella psicologica dei 16mila punti.
I timori sulle scelte della Fed
Per capire da dove nasca questa turbolenza bisogna fare un passo indietro. E tornare a mercoledì sera, quando sono stati pubblicati – come di consueto – i verbali della Fed. Diversi partecipanti del Fomc (l’organo esecutivo della banca centrale) hanno segnalato la necessità di rivedere la velocità degli acquisti di titoli, oggi fissata 85 miliardi di dollari al mese. Se alla riunione di marzo questa tendenza venisse confermata, per la Fed si tratterebbe della prima inversione di tendenza sul quantitative easing. In parole povere, significherebbe che la banca centrale Usa inizierebbe a ridurre il tasso di crescita della liquidità che fino ad oggi ha spinto i listini americani ai massimi da cinque anni. Di fronte a questo scenario bearish, gli operatori hanno reagito alleggerendo un po’ le posizioni ovunque.
Economia europea anemica
Non basta. La giornata di ieri è stata contrassegnata anche da un’autentica doccia fredda generata dalla diffusione dei dati macroeconomici europei. Ieri è stata la volta degli indici Pmi di Markit, che misurano le aspettative sugli acquisti da parte dei direttori commerciali europei. Ebbene: il dato di febbraio è arretrato a 47,3 punti dai 48,6 di gennaio. Non solo l’indice si è trovato ancora sotto i 50 punti, cifra sotto la quale l’attività economica risulta in contrazione, ma è risultato al di sotto delle attese che invece stimavano un rialzo a 49 punti. Gli unici segnali positivi sono arrivati dalla Germania, mentre l’attività economica in Francia è apparsa in forte frenata, tanto che il divario tra Berlino e Parigi è ai massimi dal 1998. Notizie non certo incoraggianti, insomma, per chi confida in una ripresa dell’attività economica nel secondo semestre dell’anno. Ecco perchè, sull’onda di una sfiducia generalizzata, anche la moneta unica ha pagato dazio ed è caduta ai minimi da sei settimane contro il dollaro: in serata la divisa europea è scesa a 1,316 contro il biglietto verde, il livello più basso dal 10 gennaio scorso. Ai minimi da tre settimane anche il cross con lo yen.
Abbastanza curiosamente il mercato obbligazionario della periferia ha invece mostrato segnali di tonicità. Le aste di Spagna, Irlanda e Francia sono andate discretamente. Quella spagnola, in particolare, ha registrato un’ottima domanda da parte degli investitori. Segnale che la fiducia di fondo non manca. Ciò tuttavia non è bastato ad evitare un rialzo dello spread italiano, che è salito a 291 punti dai 277 della seduta precedente, con il tasso del decennale risalito al 4,48 per cento.
Italia, l’incognita elezioni
Per spiegare la performance di Milano – ieri la piazza peggiore d’Europa – bisogna invece guardare altrove: alle elezioni. Perchè è questo l’elemento di preoccupazione che oggi sta tenendo gli investitori lontani dal nostro mercato. «L’esito elettorale è tutto tranne che sicuro – spiega il responsabile di uno dei principali fondi azionari italiani – Il risultato di una maggioranza formata da Pd e Monti rassicurerebbe gli investitori, tuttavia oggi questo esito non sembra essere così scontato». Da giorni le grandi case di investimento stanno avvertendo i loro clienti dei rischi connessi alla tornata elettorale. Lo ha fatto ad esempio BlackRock. Lo ha ribadito ieri Rbs, che ha diffuso un report in cui mette in guardia dalla possibilità di una «tempesta politica» in arrivo, che potrebbe generare instabilità e «far deragliare i processi di riforma avviati dal governo Monti». Di fronte a queste incognite, gli investitori si spaccano in due categorie: chi è propenso a investire si ferma, adotta un approccio neutrale e rimane alla finestra, in attesa di maggiore chiarezza sul futuro governo. Chi invece è ribassista sul mercato italiano, per sfiducia o semplice speculazione, cavalca questa fase interlocutoria e alla fine, in assenza di altre tendenza, tende a prevalere sul mercato.

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