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Crollano i consumi delle famiglie sono il 6,8% in meno di un anno fa

ROMA — C’è un altro spread. Quello tra stipendi, fermi, e prezzi che corrono, erodendo la capacità di spesa degli italiani. E c’è un’altra spending review. Quella urgente cui le famiglie sono obbligate per arrivare a fine mese. Costrette a tagliare su tutti gli acquisti, alimentari e non. Il risultato è un calo dei consumi senza precedenti, dice l’Istat. Ad aprile le vendite al dettaglio, dai negozietti di quartiere agli ipermercati, sono calate del 6,8% rispetto allo stesso mese del 2011. Il dato peggiore da quando l’istituto ha inaugurato la sua serie storica, nel 2001.
Già da qualche tempo le buste paga degli italiani sono ferme.
Maggio non ha fatto eccezione; da aprile la retribuzione oraria è invariata. Su base annua l’Istat segnala un aumento dei compensi dell’1,4%, ma nello stesso periodo i prezzi sono saliti del 3,2. La forchetta con i salari, termometro del calo nel potere d’acquisto, è di 1,8 punti (appena sotto il record assoluto toccato a marzo). Di questo passo, denunciano le associazioni dei consumatori, in 12 mesi una famiglia si ritrova con 544 euro in meno da spendere. Meno peggio vanno gli stipendi dei lavoratori del settore privato: +2%, nell’anno, comunque sotto l’inflazione. Molto male quelli degli agricoltori, fermi da diversi mesi. Così come quelli dei dipendenti pubblici, i cui rinnovi contrattuali sono bloccati. Un mal comune in verità, l’Istat lo chiama “tensione contrattuale”: a maggio il tempo medio di attesa tra scadenza e rinnovo, con eventuale adeguamento salariale, è salito per tutti a 30,3 mesi e a 35,6 nel settore privato.
E meno le famiglie consumano, meno vendono i negozi. Sul record negativo di aprile, -6,8% annuo, pesano fattori di calendario, come la data della Pasqua. Ma anche le dinamiche mensili, destagionalizzate, confermano la tendenza: tra marzo e aprile acquisti scesi dell’1,6%, i timidi segnali di ripresa visti a inizio anno sono già un ricordo. Secondo Confcommercio nel 2012 la flessione potrebbe raggiungere il 3,3%, dato mai visto nella storia del Paese. Soffrono soprattutto i piccoli negozi (-8,6%), ma neppure la grande distribuzione si salva (-4,3%). Il problema è comune: le tasse. Federdistribuzione calcola che, tra aumento dell’Iva e accise sui carburanti, per salvare l’Italia quest’anno una famiglia spenderà in media 617 euro in più. Così ad aprile calano gli acquisti di prodotti non alimentari, del 7,1%, ma anche quelli di cibo, -6,1% su base annua, e -1,5% su marzo. Un dato perfino sottostimato, secondo il Codacons: «In quantità i consumi alimentari pro capite hanno fatto un balzo indietro di 33 anni, tornando ai livelli del 1979».
Il timore delle associazioni dei commercianti, piccoli e grandi, è che un’ulteriore aumento dell’Iva, previsto dalle manovre di rientro dal debito, dia il colpo di grazia a famiglie e commercianti. «Sarebbe la loro Caporetto», aveva detto nei giorni scorsi il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli. Ieri il numero uno di Federdistribuzione Cobolli Gigli gli ha fatto eco: «Bisogna evitare misure che aggravino la situazione». Per il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo però la soluzione è un’altra: «Per recuperare produttività gli italiani devono lavorare di più», ha ripetuto ieri. Scatenando una volta di più la reazione dei sindacati: «Pensi piuttosto a come portare i salari italiani in linea con la media europea», la risposta della Cgil.

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