Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Crisi senza fughe

di Dario Ferrara 

Se nel periodo sospetto che precede la crisi aziendale la società migra all'estero il fallimento resta in Italia. È inutile scappare. Non si sfugge alla giustizia italiana chiamata a pronunciarsi sul fallimento dell'impresa, anche se la sede legale risulta spostata fuori dalla Ue prima dell'istanza di insolvenza e il centro d'interessi è trasferito in un altro stato europeo: senza l'effettivo svolgimento di attività produttiva deve essere confermata la giurisdizione «nostrana». Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con un'ordinanza pubblicata il 3 ottobre 2011.

Scatole cinesi. La «migrazione» della società avviene troppo a ridosso della dichiarazione di fallimento: si tratta, dunque, di un espediente posto in essere in vista della probabile apertura della procedura concorsuale, probabilmente per mischiare le carte e fruire di legislazione estera più favorevole. Il fatto che è l'imprenditore non riesce a documentare neanche l'esercizio dell'attività economica asseritamente svolta fuori dall'Italia. È vero: la sede statutaria è stata spostata negli Usa ben prima che fosse depositata l'istanza di fallimento, ma la giurisdizione italiana può essere esclusa soltanto laddove il trasferimento non risulti strumentale. Né vale a escludere l'intervento della giustizia nazionale, in base al Regolamento Ce 1346/2000, la circostanza secondo cui la sede operativa sia stata invece portata in Gran Bretagna, rendendo così competente a conoscere della lite i giudici d'Oltremanica in quanto dotati di giurisdizione sul luogo ove l'azienda ha il suo centro d'interessi: il punto è che, ai fini dell'applicazione del principio comunitario, si presume che la sede statutaria coincida fino a prova contraria con quella operativa; nel caso di specie, invece, si verifica una scissione tra la sede legale, posta negli Usa, e quella dove sarebbero concentrate le attività direttive, organizzative e amministrative dell'azienda con un'operazione che invece risulta fittizia e impedisce l'applicazione delle norme comunitarie. La natura fittizia si desume dalla circostanza che la sede «reale» (o presunta tale), vale a dire del luogo in cui si trova il centro direttivo e amministrativo dell'impresa, non coincide con il luogo ove è stata trasferita la sede legale.

Giudizio per cassazione. I giudici di legittimità approfittano per chiarire qualche aspetto rimasto oscuro dopo le riforme degli ultimi anni in tema di procedure concorsuali. E precisano che l'intervenuta aggiunta all'articolo 43 della legge fallimentare, a opera dell'articolo 41 del decreto legislativo 5/2006, del terzo comma, secondo il quale «l'apertura del fallimento determina l'interruzione del processo», comporta una causa di interruzione dei giudizio pendente in sede di legittimità, posto che in tale giudizio, dominato dall'impulso d'ufficio, non trovano applicazione le comuni cause di interruzione del processo previste in via generale dalla legge.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Alla fine, dopo un consiglio sospeso e riaggiornato a ieri pomeriggio, l’offerta vincolante per l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Scatta l’operazione-pulizia del Recovery Plan. Dal primo giro di orizzonte del gruppo di lavoro di...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Negli ultimi giorni, la stampa è entrata improvvisamente nel mirino di alcuni governi in Europa del...

Oggi sulla stampa