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Crisi, perso il 16% delle pmi

Dal 2007, anno di inizio della crisi economica, ad oggi, il 16% delle piccole e medie imprese italiane, intendendo per pmi quelle con fatturato tra i 5 e i 50 milioni di euro, ha chiuso i battenti. Erano 55.700 aziende nel 2007, a fine 2013 ne sono rimaste operative 46.800. La causa principale che ha condotto queste realtà produttive al fallimento o ad altre procedure concorsuali è la mancanza di liquidità, che può essere fatta risalire a vari fattori, tra loro strettamente intrecciati: la crisi finanziaria internazionale, l’aumento continuo della pressione fiscale, la stagnazione dei consumi, i tempi di pagamento della pubblica amministrazione, non ultima la politica di concessione dei crediti, sempre più fondata su freddi algoritmi, piuttosto che sulla conoscenza diretta, storica, della realtà aziendale.

La buona notizia è che seppure in gravissimo ritardo, queste cause cominciano a essere identificate con precisione e, seppure troppo lentamente, si cominciano ad approntare i primi rimedi concreti. Per esempio, nel corso dello stesso convegno che ha rivelato i dati della ricerca dello Sda Bocconi sulla mortalità aziendale (articolo a pag. 3), gli stessi banchieri presenti, in rappresentanza delle più importanti istituzioni creditizie del paese, hanno riconosciuto la necessità di ripensare il rapporto banche-imprese abbandonando gli algoritmi basati sui principi contabili internazionali, che negli ultimi anni l’hanno fatta da padrone, per riportare in primo piano la conoscenza diretta della realtà aziendale: senza questa inversione di tendenza non ci sarà nessuna possibilità di finanziare una eventuale ripresa economica. A parole sembrano essere tutti d’accordo, anche nelle istituzioni comunitarie si sentono sempre più spesso echi di queste posizioni, vedremmo quanto bisognerà aspettare per avere una prova dei fatti.

A proposito di lentezze burocratiche. È da due anni che i governi in carica promettono di ridurre i debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese rendendo possibile, e conveniente, la cessione del credito nei confronti delle banche. Solo una settimana fa il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha firmato il provvedimento che rende possibile lo smobilizzo di questi crediti a un costo compreso tra l’1,6 e l’1,9%. Una perdita piuttosto modesta per le imprese che, per sfruttare questa opportunità, devono però far certificare i loro crediti alla stessa pubblica amministrazione debitrice. Nella speranza di non incappare in qualcuno che gli mette i bastoni tra le ruote. Nell’attesa che venissero definite queste procedure, si sono persi più di 100 mila posti di lavoro (articolo a pag. 6).

Un altro barlume di speranza arriva dal recentissimo regolamento europeo sugli aiuti di stato alle imprese, entrato in vigore il 1° luglio di quest’anno (articoli alle pagg. 4 e 5) che ha in molti casi allargato le maglie di questo tipo di agevolazioni, anche qui con l’obiettivo di fare arrivare un maggior flusso di liquidità alle imprese europee, soprattutto a quelle virtuose. Una delle modifiche più importanti è infatti quella che chiude i rubinetti dei finanziamenti alle imprese che delocalizzano, cioè spostano la sede in un altro paese alla ricerca di migliori condizioni legate, per esempio, a un minor costo del lavoro. Qualche anno fa la delocalizzazione veniva addirittura incentivata, ora ci si sta accorgendo che la desertificazione produttiva sta mettendo a rischio anche i paesi con le più forti tradizioni industriali. Meglio tardi che mai.

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