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Crisi, la paura di sindacati e industriali “Basta linea dura: la Merkel salvi l’euro”

BERLINO — Salviamo l’euro, è vitale per i nostri posti di lavoro, dice in un grido d’allarme Michael Sommer, leader del Dgb cioè dei sindacati tedeschi, i più forti e influenti del mondo. Salviamo l’euro, o l’export ne risentirà in modo doloroso, incalzano fondi della Confindustria tedesca. Intanto le agenzie di rating degradano sei dei sedici Bundeslaender (Stati) tedeschi, declassati come Sicilia o Catalogna, e diciassette istituti di credito. Gli utili di Deutsche Bank su base trimestrale crollano, dimezzati, e le vendite di Daimler, cioè la casa madre delle Mercedes simbolo della “German way of life”, rallentano in modo allarmante, e la casa automobilistica americana Ford, che in Germania (a Colonia e Saarbruecken) ha i suoi stabilimenti più importanti, lamenta perdite di 404 milioni di euro. Non è finita: l’indice Ifo, che misura la fiducia negli affari delle aziende tedesche, cala oltre ogni aspettative. Fine luglio 2012, ecco l’estate della grande crisi dell’euro: la tempesta perfetta investe anche la locomotiva Germania, la quarta economia mondiale e prima nel continente. I tedeschi decisi a dire ‘basta con i soldi a fondo perduto per greci, spagnoli e tutta l’Europa mediterranea’ si scoprono non più invulnerabili. La tempesta perfetta ha cominciato nei dati statistici a lanciare il suo attacco al cuore dell’Euro e dell’Europa.
L’indice di fiducia di imprenditori e investitori tedeschi, da sempre nel dopoguerra democratico nato a Bonn quando il cancelliere democristiano Adenauer, il capo della Spd Schumacher, industriali, banchieri e sindacalisti firmarono il testo costituzionale suggerito dai consiglieri britannici che dette vita alla Repubblica federale, è il termometro della salute della Germania. Crolla, in giugno, più di quanto atteso dai mercati: a 103,3 punti contro i 105,3 del mese precedente. Un trauma dopo l’altro, poche dopo il warning di Moody’s che l’altro ieri ha messo in forse la certezza tedesca di mantenere per sempre il rating massimo a tre A e che ieri ha rivisto al ribasso, da «stabile» a «negativo», l’outlook di diciassette banche tedesche e di sei Bundeslaender, gli Stati della Repubblica federale: costa troppo mantenere il welfare, le sovvenzioni, ogni spesa.
La Germania abituata a comandare più che a guidare si sente all’improvviso vulnerabile come tutti, mentre nei Bundeslaender industriali e più ricchi le famiglie riempiono di bagagli le loro Bmw, Vw Passat o Mercedes e si preparano a puntare verso Italia o Spagna, Provenza o Croazia per le ferie estive. La paura corre sul filo delle emozioni collettive. Può rafforzare i falchi, come spera Bild gridando che «L’Europa ci getta nel baratro», oppure indurre a riflessioni.
«Cento miliardi concessi alla Spagna sono un bene anche per noi, difendono export e posti di lavoro», dice Michael Sommer, il leader màximo dei più forti sindacati del mondo appunto. «Merkel fa bene a voler salvare l’euro, ma è sbagliato il modo in cui lo fa», aggiunge.
Su questo sfondo, Berlino tace ancora in risposta a segnali e appelli di Roma Madrid o persino di Parigi. E gli scenari di crisi pesano
nella coscienza collettiva, rovinano le ferie agli onesti contribuenti e produttivi lavoratori tedeschi. L’uscita dall’euro costerebbe alla Germania oltre tremila miliardi di euro, cioè più di un anno di prodotto interno lordo. «Arriverebbe un’ondata di fallimenti e disoccupazione », ha spiegato l’economista Lars Feld alla Rheinische Post.
Lo spettro di Weimar, la democrazia debole dell’iperinflazione, dell’alta disoccupazione e dei forti opposti estremismi perseguita la coscienza collettiva della prima potenza europea, anche in un presente in cui né nazisti né stalinisti la minacciano. Su questo sfondo, Angela Merkel affronta i prossimi giorni di negoziato su due fronti: con Monti, Hollande e gli altri partner europei da un lato, e dall’altro con gli euroscettici nella sua maggioranza e tra i suoi elettori.

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