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Crisi Ilva, il governo frena sugli indiani

Sarà lo Stato, attraverso un commissariamento con i pieni poteri, a farsi carico di risolvere il problema Ilva. E a dimostrare di saper bonificare il disastro ambientale e rilanciare l’azienda. Che a quel punto potrà essere messa in vendita sul mercato, ma ad un prezzo congruo, anziché svenduta. Questo l’orientamento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha messo al lavoro il suo staff, in collaborazione con il ministero dello Sviluppo, per mettere a punto il decreto legge per l’Ilva, che verrà presentato probabilmente in consiglio dei ministri il 22 dicembre. 
La soluzione secondo il modello seguito dall’amministrazione Obama nella crisi della General Motors è stata esplicitamente richiamata dall’attuale commissario per l’emergenza ambientale dell’Ilva, Piero Gnudi, in un’intervista a Qn : «Il modello Gm è stato utilizzato con successo in diversi Paesi, può funzionare anche qui». L’amministrazione Obama pose in amministrazione controllata il colosso automobilistico di Detroit finito in bancarotta nel 2009 rimettendolo in sesto e uscendo definitivamente dalla proprietà nel 2013. Solo che gli Usa sborsarono per il salvataggio 50 miliardi di dollari (recuperandone 39, ma salvando 1,2 milioni di posti di lavoro, evitando così altri costi per lo Stato) mentre il governo italiano non ha certo grandi disponibilità da mettere sul piatto.
Ma queste non sono state messe al momento neppure dagli imprenditori privati che hanno manifestato il loro interesse verso Ilva: il gruppo franco-indiano Arcelor Mittal e l’italiana Marcegaglia. Del resto,come osserva Gnudi, «è quasi impossibile che un privato compri un’azienda sotto sequestro». Troppe, secondo Palazzo Chigi, le condizioni poste dai privati, che vorrebbero prendersi l’Ilva ripulita dagli oneri ambientali e dalle pendenze con la magistratura.
Meglio allora, pensa il premier, modificare per decreto la legge Marzano, nominare un commissario forte che gestisca l’azienda e porti avanti la bonifica con l’aiuto della Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe prestare parte del miliardo e ottocento milioni necessario per adempiere le prescrizioni dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) mentre altri fondi potrebbero essere chiesti alla Bei, la Banca europea degli investimenti. Si potrebbe ottenere così il dissequestro degli impianti e tornare lentamente alla normalità. La sfida piace a Renzi e ai suoi consiglieri sul dossier: Andrea Guerra e Marco Simoni. Il premier è convinto che solo lo Stato possa garantire la bonifica del mega stabilimento di Taranto, mettere in sicurezza gli impianti e ridare una prospettiva agli oltre 11mila lavoratori. Se tutto andrà bene, alla fine l’operazione non risulterà in perdita, considerando non solo gli aspetti finanziari, ma anche i benefici ambientali e occupazionali.
Insomma, secondo Renzi, l’Ilva è diventata una questione politica e lo Stato non se ne può lavare le mani. Non a caso ieri ha annunciato un decreto «che riguarderà l’Ilva ma non solo, riguarderà il porto e le meraviglie culturali della città». I privati, con la famiglia Riva, proprietaria del gruppo, hanno già combinato abbastanza guai. Pensare che possa essere una nuova cordata privata col supporto pubblico a risolvere ora la questione non lo convince. L’llva non può essere regalata. Tornerà sul mercato, dice il premier, quando sarà risanata e rilanciata. Non prima di «uno o due anni», secondo Gnudi.

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