Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Crisi extraUe, meno incertezze

Le crisi d’impresa oltreconfine sono un fenomeno di sempre maggiore complessità. È uno degli aspetti conseguenti l’affermazione di un modello economico e finanziario globale. Ne sarà un esempio, a breve il procedimento credito Ilva che si aprirà a Milano con oltre 27.000 posizioni pendenti.

Un fenomeno su cui da tempo l’Unione europea si è impegnata al fine di raggiungere una maggiore omogeneità di regole e certezze di tempo.
Dal 26 giugno 2017, infatti, troveranno applicazione le disposizioni del regolamento (Ue) 2015/848, del 20 maggio 2015, relativo alle procedure di insolvenza aperte successivamente a tale data.

Il regolamento nasce dall’esigenza di dotare l’Unione di moderne regole e discipline uniformi per la regolamentazione delle insolvenze transfrontaliere rispetto alle quali parziali indicazioni erano state fornite dal regolamento (CE) n. 1346/2000 del 29 maggio 2000.

Questo prossimo adempimento normativo si riferisce ad una fenomenologia di cui non esistono dati certi. Nel 2014 il Consiglio Europeo, in occasione della presentazione dell’accordo politico raggiunto con il parlamento sul pacchetto di norme da inserire nel nuovo regolamento sull’insolvenza, ha ricordato che l’insolvenza interessa circa 200.000 aziende sul territorio dell’Unione, mettendo a repentaglio 1,7 milioni di posti di lavoro e che un quarto di queste procedure di insolvenza presenta una dimensione transfrontaliera.

«Per comprendere l’impatto che può avere la crisi di un gruppo multinazionale basta ricordare che il solo caso Lehman Brothers ha coinvolto, al momento della presentazione dell’istanza di ammissione al Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense, da parte della Holding e di 18 controllate, ben 639 miliardi dollari di debiti, poi cresciuti nel tempo.

È evidente che siamo innanzi a procedure di una inaudita complessità», spiega Daniele Vattermoli, direttore del dipartimento di diritto ed economia delle attività produttive della facoltà di economia dell’unversità La Sapienza di Roma e direttore del Master di II livello in diritto della crisi delle imprese. «Per quanto riguarda la disciplina dei gruppi multinazionali insolventi, a mio parere la soluzione più efficiente sarebbe quella di prevedere meccanismi di cooperazione tra le autorità nazionali – per intenderci, i giudici – ed i rappresentanti delle procedure, i curatori – la cui applicazione consentisse di giungere, ove ritenuto economicamente opportuno, al trattamento della crisi del gruppo come fosse un’unica impresa».

Ciò agevolerebbe operazioni di risanamento globali od operazioni di liquidazione aggregata delle consistenze attive delle varie componenti del gruppo, ferma restando la necessità di rispettare la distinta personalità giuridica delle diverse società del gruppo al momento della distribuzione del ricavato della vendita tra i creditori delle stesse. «Gli strumenti di cooperazione e coordinamento, in sintesi, non dovrebbero spingersi al punto di fondere le masse passive (cioè i debiti) delle società» conclude.

In base al principio del mutual trust i paesi dell’Ue hanno accettato, sin dal 2000, che la sentenza di fallimento o che apre una procedura diversa di conservazione dell’impresa sia efficace in tutta l’Unione e che una volta che un giudice di un paese ha pronunciato, tutti gli altri debbano accettarne la competenza, senza potersi ribellare. «In più in tutta Europa quella procedura sarà regolata dalla legge dello Stato dove si è aperta la prima procedura, che diviene la procedura principale.
La competenza è regolata sulla base del Comi, Center of main interests, cioè grosso modo in base al luogo in cui si trova la sede o il centro principale degli affari» ricorda Luciano Panzani, presidente della Corte d’Appello di Roma.

La vicenda transfrontaliera più importante in Italia è stato senz’altro il caso Parmalat.
Tutte le società del gruppo collocate in Europa, che vendevano latte alla capogruppo, sono state gestite e coordinate da procedure aperte nei vari Paesi che riconoscevano la competenza principale della procedura della capogruppo. Soltanto l’Irlanda si è ribellata per una piccola società, la Eurofood, con sede a Dublino. La Corte di Giustizia della Ue ebbe a dire che il giudice irlandese aveva ragione perchè i creditori non potevano sapere che le decisioni venivano prese a Parma presso la sede della capogruppo. Il regolamento rivisto ora nel 2015 prevede un coordinamento di gruppo e un obbligo di collaborazione tra giudici di Paesi diversi e amministratori delle diverse procedure.

«Fuori dall’Unione europea vi è la Model Law on insolvency dell’Uncitral», spiega Panzani; «non è una legge, ma un modello di legge sul riconoscimento delle decisioni straniere di apertura di procedure concorsuali che l’Uncitral, quindi l’Onu, consiglia ai paesi membri di recepire in toto nella loro legislazione. Ad oggi gli stati che hanno recepito la Model Law non sono moltissimi. Ciò significa che è possibile ottenere il riconoscimento della procedura aperta in un paese sia come procedura principale, il che preclude di aprirne una nuova in quel paese, sia come procedura secondaria, quando la sede principale dell’impresa si trova nel paese in cui si domanda il riconoscimento. Al riconoscimento seguono effetti di tutela. La nozione di Comi usata dalla Model Law è la stessa del Regolamento europeo. In questa materia i giudici americani ed i giudici europei hanno quindi un background giuridico comune ed è un fatto veramente eccezionale», conclude il magistrato.

Secondo Adelio Riva, Partner di Jones Day, «l’iniziativa legislativa è certamente interessante; in effetti, nonostante tutti gli interventi sulla legge fallimentare che si sono susseguiti nell’ultimo decennio, la tematica transazionale è stata in Italia totalmente assente, nonostante la evidente necessità di adeguare la nostra legislazione alla nuova dimensione transazionale della economia.

Tutto sommato però in ambito internazionale è già presente un testo legislativo ready made, costituito dalla Model Law dell’Unicitral, ossia la Commissione delle Nazioni Unite per il Commercio Internazionale. Sembra invece che il legislatore italiano non ne conosca neppure l’esistenza, e questo è incomprensibile, visto che essa permetterebbe, quasi senza alcuno sforzo, di introdurre in Italia una normativa che adatterebbe il nostro diritto della insolvenza in via quasi automatica alle più avanzate legislazioni a livello mondiale».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«Non sapevo che Caltagirone stesse comprando azioni Mediobanca. Ci conosciamo e stimiamo da tanto t...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Primo scatto in avanti del Recovery Plan italiano da 209 miliardi. Il gruppo di lavoro "incardinato"...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La Cina ha superato per la prima volta gli investimenti in ricerca degli Stati Uniti. Pechino è vic...

Oggi sulla stampa