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Crisi d’impresa, un anno in più per adeguare il Codice alle norme Ue

L’Italia ha chiesto alla Commissione Europea il differimento di un anno del termine entro cui recepire la direttiva 1023/19 sui quadri di ristrutturazione preventiva. La domanda di proroga è stata inviata a Bruxelles, anche a scopo cautelativo nell’eventualità che non sia possibile coordinare il Codice della crisi con la Direttiva in tempo per la scadenza del prossimo 17 luglio.

Il Codice (Dlgs 14/2019) entrerà in vigore il primo settembre. Le difficoltà economiche innescate dalla pandemia potrebbero però portare a un rinvio. Nonostante l’impianto generale, sia conforme alla normativa europea, non mancano aporie e difetti di coordinamento. Ma l’adeguamento, oltre ad eliminare i contrasti, potrebbe anche essere l’occasione per cogliere le opportunità che l’armonizzazione del diritto europeo offre. Così hanno fatto Olanda e Germania che hanno introdotto nuove leggi, molto duttili, che lasciano ampi spazi di negoziazione alle parti, fuori dai tribunali, salvo l’approvazione finale del giudice.

L’Italia non è comunque l’unico Stato membro ad aver chiesto il differimento, una facoltà di cui ci si poteva avvalere fino al 17 gennaio scorso: lo avrebbero fatto una decina di Paesi.

Normativa europea

La Direttiva introduce l’obbligo per gli Stati membri di assicurare un regime diretto a facilitare la ristrutturazione preventiva dell’impresa ove vi sia probabilità d’insolvenza (insolvency likelihood). Per raggiungere tale risultato non prevede una disciplina completa della procedura di ristrutturazione, ma ne regola soltanto alcuni aspetti: la previsione di strumenti di allerta (early warning tools), la possibilità di concessione e revoca della sospensione delle azioni esecutive, il contenuto e la disciplina del piano di ristrutturazione, il regime di formazione, per alcuni versi obbligatoria, delle classi, ivi compresi gli equity holders (detentori di azioni), gli interventi, per un verso limitati e per l’altro obbligatori, del giudice.

Il principio seguito dal legislatore europeo è di lasciare flessibilità agli ordinamenti nazionali, prevedendo che gli Stati membri siano tenuti ad applicare principi comuni nel rispetto dei sistemi giuridici nazionali.

Allerta più soft

La disciplina dell’allerta prevista dalla Direttiva Ue è molto più soft di quella adottata con il Codice della crisi in quanto si concretizza in obblighi di informazione e opportunità di consulenza ed assistenza all’imprenditore, un sistema, fra l’altro, più compatibile con l’attuale situazione di crisi diffusa derivante dalla pandemia.

Sul punto il Codice potrebbe essere oggetto di revisione sostanziale che faccia perno su procedure negoziali non vincolanti, fermi restando gli obblighi già in vigore previsti dall’articolo 2086 del Codice civile.

Il legislatore potrebbe quindi rivedere il meccanismo di allerta, alleggerendo e semplificando la procedura che nella versione attuale del Codice prevede un sistema di segnalazione obbligatorio innescato dal superamento degli indicatori della crisi, e riducendola ad obblighi di informazione e possibilità di consulenza per l’imprenditore e favorendo la composizione negoziale della crisi su base volontaria.

I contrasti

Le differenze più rilevanti riguardano il regime del voto. La Direttiva prevede che i creditori vadano necessariamente suddivisi in classi, salvo che per le Pmi. Vanno tutelati i creditori vulnerabili, come i piccoli fornitori per i quali dovranno essere assicurate classi particolari. Se la proposta del debitore riporta il voto favorevole della maggioranza delle classi, non occorre che sia approvata anche dal giudice salvo che il piano preveda l’apporto di finanza nuova, vi sia un taglio dei dipendenti di almeno il 25% o ancora vi siano creditori dissenzienti danneggiati. In questi tre casi o se non c’è la maggioranza delle classi, la proposta può essere ugualmente approvata con l’intervento del giudice se vi è il voto favorevole di almeno una classe e le altre classi non ricevono un trattamento meno favorevole di quanto otterrebbero in caso di liquidazione o di altro scenario alternativo praticabile. È un sistema più elastico che tutela i creditori, ma che limita l’intervento del giudice quando vi è una chiara maggioranza a favore della proposta ed accelera anche i tempi.

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