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Crisi d’impresa, strascico Covid

Semplificare e privatizzare la regolazione dell’insolvenza. La crisi creata dal Covid cambia la visuale e le convinzioni pre riforma portata dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (dlgs 14/2019, Ccii). Il Ccii non è più attuale e idoneo a gestire lo tsunami di fallimenti che si attende a seguito della diffusione del virus. Occorre un ripensamento delle regole sulla crisi dell’impresa, agevolando in sede stragiudiziale gli accordi tra debitore e creditori, evitando che la lentezza giudiziaria e l’intrusione automatica del pubblico ministero nelle situazioni a rischio portino ad incrementare il possibile insuccesso dei risanamenti. Assonime ha messo nero su bianco le sue proposte con il documento 8/2021 appena pubblicato. Si tratta di raccomandazioni per il rinnovamento del diritto della crisi d’impresa, alla luce degli effetti della pandemia, indirizzate anche alla commissione da poco istituita dal ministro della giustizia, Marta Cartabia, per rivedere le regole del Ccii che dovrebbe entrare in vigore il 1 settembre 2021. Il documento proporre tre linee di intervento: (i) diverse misure di allerta e composizione assistita della crisi; (ii) misure per semplificare le procedure di ristrutturazione; (iii) misure per accelerare le procedure di liquidazione e favorire l’esdebitazione. Per i piccoli imprenditori viene persino proposto di introdurre procedure semplificate, ipotizzando una gestione della crisi interamente stragiudiziale, oppure introducendo la possibilità per i tribunali di omologare un piano di ristrutturazione anche senza il consenso di alcuna classe di creditori, qualora sia evidente che la liquidazione non porterebbe a migliori risultati. Ma ciò che emerge è che in situazioni emergenziali il ruolo del controllo giudiziale non è idoneo e va ridotto al minimo. Il commissario giudiziale del concordato preventivo andrebbe nominato solo in alcune situazioni, in armonia alla direttiva comunitaria. L’organo giudiziario dovrebbe avere un ruolo non più solo di controllore, bensì di assistenza al debitore e ai creditori nella negoziazione del piano di ristrutturazione al fine di agevolare e accelerare il raggiungimento del consenso. Le procedure di ristrutturazione dovrebbero essere semplificate, senza separazione tra strumenti stragiudiziali e procedure concorsuali. La semplificazione dovrebbe portare a sole due categorie: quelle per la liquidazione e quelle per la continuità aziendale. Anche le misure di allerta devono essere ripensate, perché troppo onerose e punitive e neppure in linea con il sistema degli early warning previsto dalla direttiva Insolvency. Per le società di piccole dimensioni andrebbero istituti servizi di supporto pubblici o privati, cui l’imprenditore possa volontariamente rivolgersi per la gestione della crisi. Le situazioni di difficoltà temporanea dovrebbero essere gestite con istituti ad hoc che permettano di rimodulare termini e condizioni contrattuali con fornitori e creditori senza interrompere il flusso di pagamenti, e concludere accordi con i creditori al riparo da azioni esecutive individuali. Assonime non dimentica poi due temi molto complessi: il primo relativo alla necessità di riclassificare e rivedere il sistema dei privilegi statali per favorire le ristrutturazioni, almeno in tutte le ipotesi di procedure di ristrutturazione sulla base di un piano che presenti ragionevoli possibilità di evitare l’insolvenza e, il secondo, relativo alla necessità di intervenire sull’efficienza del sistema giudiziario, che richiede ancora una volta la specializzazione dei giudici. Le regole del concordato preventivo del Ccii, volte alla conservazione dell’occupazione, sono incompatibili allo scenario post Covid-19, così come la soglia minima garantita ai creditori va espunta. Al contrario, sarebbe opportuno anticipare le regole sull’esdebitazione previste proprio dal Ccii. Assonime ritiene, in sintesi, che poco sia da salvare del Ccii, perché oggi occorre guardare alla crisi e ai debitori senza pregiudizio.

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